Si è appena concluso il VI Congresso del partito al Fatah, svoltosi a Betlemme a distanza di ben 20 anni dal V.
Il Congresso, stando alle intenzioni dichiarate dei dirigenti del partito, avrebbe dovuto ricostruire la credibilità di Fatah di fronte al popolo palestinese; popolo che, sia in Palestina che nei campi profughi sparsi in Medio Oriente, dagli accordi di Oslo in poi ha manifestato un crescente malcontento esploso poi con la seconda Intifada, per l’andamento dei c.d. negoziati e per la corruzione dilagante ai vertici di Fatah e nell’Autorità Nazionale Palestinese, emanazione del partito stesso.

 

Bene. Cioè male, perché il Congresso non è venuto incontro neppure minimamente alle esigenze di cambiamento della società palestinese, finendo con il riconfermare il controllo di Abu Mazen e della sua cricca. Tanto è vero che perfino il Financial Time il 10 agosto ha pubblicato un editoriale significativamente intitolato “L’agonia di Al Fatah”.

 

Al Congresso hanno partecipato 2.300 delegati; i 300 delegati residenti a Gaza hanno votato per telefono in quanto il legittimo governo di Hamas, in segno di protesta per l’atteggiamento dell’ANP in Cisgiordania verso la Resistenza palestinese e segnatamente proprio verso Hamas, non ha giustamente permesso loro di recarsi a Betlemme.

 

Il Congresso si è caratterizzato per uno scontro più generazionale che politico, come sottolinea anche la stampa sia italiana che estera e come confermano i risultati delle votazioni per la composizione del Comitato Centrale di al Fatah (23 membri).
Alla presidenza è stato riconfermato per acclamazione, e senza che nessuno si sia permesso di formalizzare una candidatura alternativa, Abu Mazen, presidente dell’ANP e sponsor, in combutta con gli imperialisti occidentali e con l’occupante sionista, dell’illegittimo governo a guida Fatah in Cisgiordania.

 

I restanti componenti del C.C. sono il frutto di un compromesso, come si diceva, generazionale che politicamente non esprime nulla di nuovo.
Due nomi per tutti tra le “novità”: l’ex capo della sicurezza nella Striscia di Gaza Muhammad Dahlan e l’ex capo della sicurezza in Cisgiordania Jibril Rajub, che si sono distinti per aver collaborato, in attuazione dei vari round negoziali conseguenti a Oslo, con i servizi israeliani e americani in funzione della “lotta al terrorismo” (recte: contrasto alla Resistenza), piuttosto che per aver garantito la sicurezza dei palestinesi.

 

L’unico esponente del Comitato centrale che rappresenta autenticamente le istanze di liberazione dei palestinesi è Marwan Barghouti, leader della Seconda Intifada e per questo rinchiuso in una galera sionista con una condanna a cinque ergastoli. Data la sua condizione di detenuto, la sua presenza nel C.C. è la classica foglia di fico con cui la cricca di Ramallah finge di legittimere la Resistenza palestinese.

 

Relativamente al principale problema dei palestinesi, cioè l’occupazione, dal Congresso sono uscite solo generiche e scontate dichiarazioni in cui da una parte si proclama Gerusalemme Est capitale del futuro stato palestinese e si sottolinea il diritto al ritorno dei profughi, mentre dall’altra si ribadisce che solo al Fatah e l’ANP a guida Abu Mazen sono l’interlocutore di Israele, USA e Europa nel c.d. processo di pace.

 

Processo di pace che, fino ad ora, ha notevolmente rafforzato l’occupazione non solo consentendo ad Israele di impossessarsi progressivamente di ulteriori porzioni della Palestina, ma legittimando soprattutto in Occidente, fortunatamente in maniera molto contrastata, l’equiparazione fra Resistenza contro l’occupazione e terrorismo fino al punto da consentire l’assedio sine die della Striscia di Gaza con l’annesso massacro dello scorso gennaio.

 

Dettagli insignificanti, evidentemente, su cui il Congresso di al Fatah non ha ritenuto necessario spendere neppure una parola.