Messianismo internazionalista versus real politik

 

E’ di grande rilevanza la notizia diffusa dalle agenzie persiane il 26 agosto (strumentalmente sottaciuta dalla stampa occidentale visto che smentisce clamorosamente la favola dell’inscindibile saldatura dei “conservatori” opposti ai “riformisti”) secondo cui la Guida suprema Khamenei avrebbe dichiarato che non c’era alcun complotto straniero, in particolare anglo-americano, dietro alle manifestazioni di piazza seguite alla schiacciante vittoria elettorale di Ahmadinejad.

Khamenei non era obbligato ad esprimersi sulla tesi principale dell’accusa con cui la Procura di Tehran, avallata da Ahmadinejad e dalle forze che lo appoggiano. Tutti capiscono in Iran che prendendo le distanze da Ahmadinejad la Guida suprema lo ha delegittimato e azzoppato. Questa mossa getta nuova luce sulla profondità dello scontro al vertice, che rivela la divaricazione oramai incolmabile non solo tra due diverse concezioni del velayat-e faqih o del governo islamico, bensì tra due diverse linee strategiche.

 

Tra i due piani del dissidio che divide i due principali schieramenti, quello squisitamente religioso e quello strategico o geo-politico, non c’è una barriera, anzi, essi sono strettamente connessi l’uno all’altro. Veniamo al primo piano. Solo analisti-fai-da-te oppure commentatori che si vendono al migliore offerente hanno potuto diffondere la tesi per cui Ahmadinejad sarebbe una mera appendice della Guida suprema. In verità, sin dalle elezioni del 2005, che a sorpresa portarono alla robusta vittoria di Ahmadinejad su Rafsanjani, apparve chiaro che essa non era la vittoria di un indistinto “blocco dei conservatori”, ma del sopravvento in esso di una sua peculiare componente, quella cosiddetta “dei militari”, ovvero dei Pasdaran e della milizia Niruyeh Moghavemat Basij, nota comunemente come Basij. Fu proprio il blocco sociale imperniato su Pasdaran e Basij, che già nelle elezioni legislative del 2004 riuscì a far eleggere numerosi parlamentari, che consentì la prima elezione di Ahmadinejad, contro non solo i “candidati riformisti”, ma pure contro il candidato conservatore più accreditato, Qalibaf. Alcuni analisti spiegarono quella vittoria  ricorrendo a due criteri: il primo è il prestigio che Ahmadinejad avrebbe acquisito come sindaco di Tehran grazie alla sua lotta accanita contro corruzione e privilegi di casta, il secondo è che di contro a Rafsanjani che godeva dell’appogio della potente borghesia mercantile dei basar, egli avrebbe “demagogicamente” fatto appello ai mostazafin, i “senza scarpe”, ovvero i settori più umili della popolazione.
Entrambi questi criteri sono veri ma, siccome puramente descrittivi, del tutto insufficienti a spiegare la prima vittoria di Ahmadinejad, e ancor meno quella recentissima del 12 giugno. Veniamo quindi ai due piani del dissidio che divide i due principali schieramenti, anzi dei tre schieramenti, poiché Khamenei, dopo la crisi di giugno, è oramai sceso in campo per raccogliere attorno a sé una vera e propria terza forza.

 

E’ vero che Ahmadinejad salì al potere e ci è potuto restare perché esso ebbe anche l’appoggio del clero shiita khomeneisticamente ortodosso, ovvero seguace del principio del Velayat-e faqih per cui il potere politico  (in assenza dell’Imam nascosto) va affidato al clero. Tuttavia a Tehran ognuno sa che Ahmadinejad non è affatto un sostenitore di questa concezione. Dal punto di vista politico, nella complessa dialettica politica interna alla Repubblica islamica, appartiene alla corrente politica Isargaran, i “devoti della causa”, ovvero il settore militante non ortodosso ma certamente il più intransigente, quello che si è fatto le ossa in prima linea nella guerra contro l’Iraq e che si è fatto portatore non solo di una visione reducista estrema, ma del rancore diffuso verso tutti i chierici imboscati, accusati apertamente di essere scappati dal fronte, contrariamente alle decine di migliaia di martiri, nel cui nome Ahmadinejad sempre parla. Il mentore di Ahmadinejad all’interno del potente clero shiita non è infatti Khamenei, bensì l’ayatollah radicale Mesbah-Yazdi, per il quale non il clero deve guidare la rivoluzione ma il partito, un partito che non per forza debba essere diretto da chierici, ma da militanti senza turbante, da coloro che hanno mostrato, pur non essendo usciti dalle scuole teologiche, una piena affidabilità e una coerenza di ferro. In larga parte questo significa miliziani, ovvero i settori militari più lealisti verso gli ideali della rivoluzione islamica.

 

Che il grosso del clero shiita abbia dovuto fare buon viso a cattivo gioco, che abbia dovuto sostenere Ahmadinejad come male minore rispetto al blocco “riformista”, non cancella dunque questa profonda differenza concettuale e politica. A più riprese esponenti di spicco del clero shiita hanno infatti accusato Ahmadinejad di essere eterodosso, di non seguire la retta via khomeinista, giungendo a sostenere che intaccando il Velayat-e faqih sarebbe in verità molto più vicino di quanto non appaia non solo a Khatami (l’esponente più arguto e colto dello schieramento cosiddetto “riformista”), ma alle concezioni “eretiche” dell’Islam rosso del leggendario Shariati. Riguardo alla questione dirimente del Velayat-e faqih non è peregrino affermare che Khamenei si trovi in una posizione più prossima a Rafsanjani che non ad Ahmadinejad. Ridurre questo dissidio, come fanno alcuni studiosi,  ad un puro scontro tra poteri per amministrare le risorse e la ricchezza del paese, sottolineando come dopo il 2005 e grazie ad Ahmadinejad le fondazioni legate ai Pasdaran e ai Basij siano riuscite a controllare gran parte dell’economia, a noi pare molto materialistico ma anche molto riduttivo. La domanda a cui rispondere infatti è la seguente: dato che la battaglia politica al vertice, in un paese in cui la statalizzazione è predominante, porta con sé il controllo effettivo delle leve economiche, per quali disegni politici e geopolitici le forze in lotta combattono per detenere queste leve?

 

E qui veniamo al secondo piano del dissidio, quello strategico e/o geo-politico.
Avevamo già messo a fuoco, a rischio di semplificazione, come in Iran si stiano combattendo due concezioni opposte del futuro dell’Iran, precisamente la “via cinese” di Rafsanjani e quella “venezualana”  e antimperialistica di Ahmadinejad. Staremo a vedere se la terza forza di Khamenei riuscirà a smarcarsi dalle due ipotesi principali, con una sua propria visione strategica. Noi tendiamo ad escluderlo, e ciò spiega la debolezza politica di questa terza forza, che per questo fino ad ora non è andata oltre al suo fungere da ago della bilancia tra i due schieramenti principali.
Non c’è dubbio che il blocco “riformista”, per quanto sommamente eterogeneo, trova nella “via cinese” di Rafsanjani il suo punto di equilibrio. L’ipotesi Rafsanjani è la sola che possa infatti tenere assieme supremazia del clero (Velayat-e faqih) e modernizzazione capitalistica del paese. Esistono ovviamente correnti “riformiste” che non nascondono di guardare ad un modello apertamente occidentale, e sono queste che non tacciono i loro legami diretti con i figli incazzati della neo-borghesia, ma esse sono minoritarie. Sul piano strategico la concezione di Rafsanjani ci appare quanto mai evidente: egli propone una pragmatica realpolitik persiana, dove al centro c’è la modernizzazione capitalistica del paese la quale, se include l’uso dell’arma nucleare, lo include in quanto dovrebbe mettere al riparo questa modernizzazione sui temi lunghi. Rafsanjani è un nazionalista, ovvero pensa che la Persia possa diventare una potenza regionale solo a patto di evitare conflitti frontali con l’Occidente, temporeggiando nel ginepraio mediorientale e cercando dunque di evitare ad ogni costo un conflitto con le potenze imperialiste e i loro alleati (Israele in primis ma anche Arabia Saudita), o quantomeno allontanandolo il più possibile. In questa cornice, come elemento imprescindibile, c’è la normalizzazione con gli Stati Uniti, pur nell’ambito di una saldatura strategica con Cina e Russia nell’ambito del Consiglio di Shangai. Cosa questa che può aiutarci a capire la posizione defilata di Mosca e Pechino rispetto alla crisi iraniana, ovvero la loro distanza da Ahmadinejad. Come disse Putin due anni fa davanti alle infuocate dichiarazioni antisioniste del “presidente con l’elmetto”: “Mosca non si fa dettare l’agenda da Tehran”.

 

La visione strategica di Ahmadinejad è infatti eversiva e internazionalistica. Non solo la modernizzazione del paese dovrebbe avvenire seguendo un modello egualitaro che potremmo definire di “socialismo islamico autoritario”. Questa modernizzazione non può affermarsi se non rompendo gli equilibri regionali, equilibri che vedono USA e Israele egemoni, equilibri entro i quali l’Iran può sperare di trovare posto solo a patto di venire meno agli ideali del 1979, se non accettando una posizione subalterna. C’è di più: gli imperialisti non accetteranno che l’Iran possa consolidare un modello sociale non-capitalista e antimperialista, per cui, prima o poi, il conflitto è ineluttabile e ad esso l’Iran si deve preparare. In questa prospettiva l’Iran non solo deve dare priorità alle forze armate, ma al sostegno a tutte le forze antimperialiste, in Medio Oriente e non solo. Realpolitik versus internazionalismo, quindi.

 

E non inficia questa nostra chiave di lettura il fatto che questo dissidio sommamente strategico si presenti in Iran come scontro teologico e di concezioni religiose. Ahmadinejad non si oppone al predomino clericale per caso, ma perché abbraccia un’altra visione, quella messianica ed escatologica per cui, primo compito del capo politico islamico sarebbe quello di preparare attivamente il ritorno del Dodicesimo Imam, nei panni del Mhadi, l’Atteso. Questa concezione messianica lascia trasparire come Ahmadinejad consideri la sua propria figura, ovvero come egli si identifichi nel wakil, il luogotenente che secondo gli shiiti può egli solo e non la Guida suprema, comunicare con l’Imam Nascosto e che nella fase che precede la battaglia finale con le forze del male e dell’oppressione, ha il dovere di guidare la comunità shiita. E preparare il ritorno ha delle precise implicazioni: non solo debellare la corruzione e i cattivi costumi, ma preparare il popolo ad un periodo di duri sacrifici, detto altrimenti la guerra fino alla vittoria.

 

Per quanto i sinistri occidentali, ammorbati di eurocentrismo e di liberalismo, possano storcere il naso, queste concezioni sociali egualitarie e geopolitiche internazionaliste, pur populiste e coniugate con certi aspetti di Islam puritano e conservatore, hanno un’origine precisa. Sia la svalutazione del ruolo del clero che l’appello alla rivolta antimperialista sono parole d’ordine dell’ Islam Rosso di Shariati, il che anche spiega il grande consenso popolare di Ahmadinejad. Il quale, assieme al suo blocco, nei prossimi mesi e anni, sarà sottoposto a durissime prove. Non è detto che sarà possibile tenere assieme il diavolo e l’Acqua Santa. L’Iran è entrato in un periodo di grandi turbolenze che modificheranno a fondo il suo panorama politico interno, che vedrà forse frantumarsi le diverse alleanze per vederne sorgere delle nuove. Il tutto, non va dimenticato, mentre USA e Israele lo tengono sotto tiro e potrebbero colpire prima di quanto non si pensi, dando a quelle turbolenze una profondità ed un’ampiezza che si riverbererà in tutto il Medio oriente.