«Gli insorti? Sono gente di qui»

Riprendiamo da Peacereporter questa intervista a Qais Azimy, giornalista afghano giunto a Marjah al seguito delle truppe di occupazione. L’intervista è breve, ma conferma quanto avevamo scritto nei giorni scorsi (vedi Operation Mushtarak). In primo luogo la conquista di questa città si presenta come un’autentica bufala, una vittoria di Pirro rivolta ai media ed all’opinione pubblica occidentale, priva di rilevanza strategica. Benché gli insorti si siano ovviamente ritirati, in base alle più elementari regole della guerriglia, benché la città appaia semidistrutta, neppure il bazar sembra un luogo sicuro per gli occupanti e le truppe di Karzai.

Drammatica è la situazione dei civili – come non ricordare, del resto, le 27 vittime civili dei caccia americani, uccise due giorni fa nella provincia di Uzurgan. Illuminante a questo proposito l’ultima parte dell’intervista, laddove Azimy dice che: «Gli ufficiali americani mi hanno spiegato che il problema fondamentale di questa operazione militare – e non solo di questa – è distinguere tra civili e insorti, perché gran parte di questi ultimi coincidono con la popolazione, sono gente di qui».
Ma guarda un po’ che strano!

Intervista a Qais Azimy, giornalista afgano di Al Jazeera che nei giorni scorsi è entrato nella città al centro dell’operazione Moshatarak

Qais Azimy è un giornalista televisivo afgano che lavora per Al Jazeera che in questi giorni si trova in Helmand per seguire l’operazione militare Moshatarak. Nei giorni scorsi è riuscito a entrare nella città di Marjah, epicentro dell’offenisva. Peacereporter lo ha intervistato.

Come è arrivato a Marjah e cosa ha visto in città?
Sono arrivato a Marjah a bordo di un elicottero governativo, accompagnato da ufficiali dei Marines e dell’esercito afgano, oltre che dal governatore di Helmand, Gulab Mangal.
Siamo atterrati a poche centinaia di metri dal bazar di Marjah, che abbiamo raggiunto percorrendo a bordo di un blindato una strada che costeggia il canale. Sul bordo di questa strada un ufficiale dei Marines mi ha indicato delle buche: le trincee degli insorti. Poi abbiamo attraversato il canale su un ponte di ferro posato dai Marines durante l’attacco: quello vero è minato, troppo pericoloso.

Come le è apparsa la città? Cosa ha visto?
Il bazar di Marjah consiste in una lunga fila di edifici diroccati, semidistrutti, che costeggiano su ambo i lati la strada che corre lungo il canale. Quasi tutte botteghe vuote e evidentemente abbandonate in fretta e furia da chi ci lavorava. I Marines mi hanno detto che la distruzione che vedevo non è stata causata da loro, ma dai bombardamenti dell’artiglieria britannica durante l’offensiva dell’estate scorsa.

E che aria tira in città? Le truppe Usa la controllano come dicono?
Non abbiamo fatto molta strada nel bazar. I soldati si muovevano con molta circospezione: non si fidano. Si sentivano continue sparatorie, molto vicine. E’ evidente che, nonostante i proclami, nemmeno il bazar è sotto il pieno controllo delle forze americane e governative.

E la gente? La popolazione civile?
Siamo stati avvicinati da alcuni abitanti che supplicavano il governatore di fare qualcosa per loro, per la popolazione civile rimasta intrappolata a Marjah. Hanno detto che in città non c’è più niente da mangiare, che i soldati obbligano tutti a stare chiusi in casa e impediscono a chiunque di entrare e uscire dalla città e quindi non c’è modo di procurarsi provviste. Il governatore ha promesso loro che nei prossimi giorni arriveranno aiuti alimentari.
Il personale locale della Croce Rossa Internazionale mi ha riferito che i civili bloccati a Marjah sono tra i 40 e i 50 mila.

E per quanto riguarda le vittime civili di questa operazione?
Gli ufficiali americani mi hanno spiegato che il problema fondamentale di questa operazione militare – e non solo di questa – è distinguere tra civili e insorti, perché gran parte di questi ultimi coincidono con la popolazione, sono gente di qui, gente di Marjah. Il rischio di confonderli e commettere errori è molto alto, come dimostrano le testimonianze che abbiamo raccolto tra gli sfollati rifugiatisi a Lashkargah, che ormai sono circa 3.500 famiglie (oltre 20 mila persone, ndr). Alcuni di loro ci hanno raccontato di contadini uccisi nei campi perché scambiati per insorti.