Il sabato di sangue di Bangkok

I mezzi di informazione italiani campioni mondiali del provincialismo informativo, hanno seguito poco e male le vicende thailandesi. Quando lo hanno fatto si sono attenuti alle veline dell’Impero. “Le magliette Rosse? marmaglia turlupinata dal magnate televisivo nonché populista Thaksin Shinawatra”. Una chiave di lettura che tradisce palesemente la simpatia per il regime in carica, composto da poche famiglie oligarchiche, sostenute dall’esercito e raccolte attorno alla monarchia.
Una chiave di lettura fatta propria nella sostanza dalla stampa di centro-sinistra la quale, affetta dalla nota sindrome dell’antiberlusconismo, ha subito stabilito l’equazione “Thaksin Shinawatra uguale Silvio Berlusconi” e quindi “magliette rosse uguale populismo di destra”. Quindi meglio tenersi il Re e le sue “magliette gialle”.

Siamo stati i soli a contestare questa lettura, proponendo ai nostri lettori una chiave interpretativa del tutto differente, segnalando non solo la natura democratica del movimento delle “magliette rosse”, ma pure, ci sia concesso, il suo carattere di classe. Rimandiamo per questo all’articolo  “I Gialli e i Rossi”, del novembre 2008.
 
Contro cosa stanno protestando le “magliette rosse”, o meglio il “Fronte unito per la democrazia contro la dittatura”? Semplice: contro il governo fantoccio del primo ministro Abhsit Vejjajiva, salito al potere il 15 dicembre 2008 grazie ad un colpo di stato militare (chiaramente sostenuto dall’esterno dagli USA) e per elezioni anticipate. Hanno ragione o hanno torto? Hanno ragione da vendere.
 
Il fatto è che l’attuale governo teme le elezioni perché sa di essere in minoranza nel paese. Da quando Abhsit Vejjajiva fu nominato dall’esercito primo ministro, dopo un primo periodo di sbandamento dell’ opposizione, questa non ha solo rialzato la testa, ma ha accresciuto la sua influenza. Le “magliette rosse” mobilitavano anzitutto i settori rurali e più poveri del paese, ed erano più deboli nelle grandi città, anzitutto nella capitale. La recente sollevazione dei “rossi” ha mostrato che la loro capacità di mobilitazione si è estesa anche al cosiddetto ceto medio urbano, duramente colpito dalla crisi, oramai insofferente rispetto ad un governo che ha difeso gli interessi dei più ricchi a scapito della maggioranza della popolazione.
Dopo anni di battaglie e disordini anche la benpensante stampa italiana ne ha, obtorto collo, preso atto. Vogliamo citare il reportage del corrispondente Marco Del Corona:
«Il profilo geografico e sociale dell’onda rossa pare in piena mutazione. Erano contadini del nord, agricoltori del trascurato nordest, l’Isaan. Sarebbe stato facile per i cittadini di Bangkok guardare ai riti ematici come a prove di superstizione di lande remote. Tuttavia i cittadini, che fino alle tornate precedenti le risultavano estranei, ora sono meno indifferenti. Quando intorno al 12 marzo le avanguardie dei manifestanti sono scese sulla capitale, negozianti, impiegati, professionisti applaudivano: senza unirsi alla truppa però applaudivano. Il seguito si è allargato ai diseredati urbani. Poveri contro ricchi, ma con un principio di attecchimento in fasce intermedie della popolazione». (Corriere della Sera di giovedì 8 aprile 2010)
 
Ecco dunque spiegato il sabato di sangue, il massacro compiuto dall’esercito il 10 aprile, che ha fatto  21 morti e centinaia di feriti. Il regime ha voluto terrorizzare la popolazione della capitale, intimorirla, allo scopo di frenare così lo smottamento del blocco sociale che ha sin qui consentito al governo fantoccio di tirare a campare.
 
Ora tutti paventano che la crisi potrebbe sfociare nella guerra civile, che è appunto lo sbocco che noi non escludevamo già due anni fa. Poiché non si tratta solo dello scontro tra pezzi delle classi dominanti, poiché esso è al contempo, per quanto in forma spuria, un gigantesco scontro sociale e di classe.