Sinistra e movimento sindacale davanti alla fine dello zapaterismo

Contro il piano d’austerità di Zapatero c’è stato martedì lo sciopero dei dipendenti pubblici, promosso dai sindacati che fino a ieri puntellavano il governo: UGT e CC.OO. La grande stampa spagnola parla di un “grande fiasco”. Di sicuro non è stato un grande successo. Al di la delle cifre sulle adesioni parlano i numeri delle manifestazioni regionali.
La sola che ha avuto una reale ampiezza è stata quella catalana a Barcellona, che ha visto sfilare circa centomila dimostranti. In tutte le altre città, malgrado l’allarme sociale, i cortei sindacali sono stati invece deboli e rituali.

 

Letteralmente fallito lo sciopero dei sindacati “spagnolisti” in Euskal Herria. A Madrid la manifestazione dei sindacati di base (sostenuta da tutta la mini-galassia dell’estrema sinistra) di circa diecimila persone, è stata addirittura più numerosa (vedi foto) di quella dei sindacati ufficiali (5mila partecipanti).

Lacrime, sangue e sindacalismo

Il governo Zapatero ha varato il suo piano di austerità. Eufemisticamente denominato di “adjuste” esso consiste, con l’obbiettivo di recuperare 1,5 punti di disavanzo pubblico, in una manovra complessiva di 15 miliardi di euro per il biennio 2010-2011. La scure dei tagli di bilancio si abbatterà anzitutto su pensioni, sanità e stipendi dei lavoratori dipendenti.
Tre categorie che subiranno le principali conseguenze delle misure adottate. Riduzione del 5% degli stipendi dei dipendenti nel 2010 ed un congelamento nel 2011, per un recupero totale di oltre 4 miliardi di euro.
Sulla previdenza sociale, la manovra di Zapatero blocca l’adeguamento automatico delle pensioni all’inflazione, in vigore da 25 anni, congelando gli aumenti previsti nel 2011, ciò che riguarderà 5 milioni di pensionati.
Via libera inoltre all’abolizione, dal prossimo gennaio, del bonus-bebè di 2.500 euro elargito ai nuovi nati (risparmio quantificato in circa 1 miliardo di euro) e ad una revisione dei meccanismi di distribuzione e di costo delle medicine (per una limatura di 500 milioni all’anno).
Di 600 milioni (su un totale di oltre 5 miliardi) sarà invece la riduzione del budget sugli aiuti allo sviluppo economico e di 6 miliardi i tagli previsti per opere pubbliche.
Infine, ma non per ultimo, sarà richiesto un sacrificio alle regioni di circa 1,2 miliardi di euro, con l’inevitabile conseguenza di un aumento “federalista” della pressione fiscale locale per compensare gli eventuali mancati introiti.

E’ evidente anche ai ciechi che queste misure sono, oltre che antipopolari, di carattere recessivo. Milioni di lavoratori dovranno stringere la cinghia ma ciò non produrrà alcun rilancio del ciclo economico, alcuna “ripresa”. I sacrifici richiesti servono, si dice, a salvare lo Stato dalla bancarotta, in realtà servono a sfamare il capitalismo predatorio, le grandi banche spagnole, gli hedge fund della City e di Wall Street, le grandi banche europee che detengono titoli e obbligazioni spagnole. Non c’è alcuna garanzia che temporaneamente saziati gli squali grazie alla rapina sociale ai danni della povera gente, non facciano domani a brandelli la Spagna provocando il suo default.

La sinistra spagnola condanna giustamente il piano dei tagli e lo chiama di “lacrime e sangue”. Consigliamo tuttavia di rifuggire dalle iperboli e dai concetti roboanti. Alla demagogia dei dominanti non si deve mai rispondere con quella dei dominati. Occorre sempre dire la verità, per quanto scomoda essa sia, e la verità è che il piano adottato da Zapatero è solo una tappa del piano di macelleria sociale, una inezia rispetto a quello che verrà.  Basta confrontare l’entità dei tagli spagnoli non solo a quelli greci o italiani, ma a quelli tedeschi (80 miliardi di euro) e francesi (70 miliardi).

La difficoltà del movimento di scioperi, che è una tendenza europea parzialmente contraddetta dalla Grecia, si spiega appunto col fatto che le grandi masse, oltre che politicamente sbandate perché non vedono alcuna alternativa, percepiscono e fiutano che il peggio deve ancora venire, e non è che si può pensare di mobilitarle gridando ogni volta “Al lupo!”.  Che poi succede che quando il lupo arriverà davvero non ci sarà nessuno a fermarlo.

Per di più è universalmente noto che ad ogni recessione corrisponde un declino del movimento di scioperi sindacali, che tornano invece a salire  quando il ciclo economico riprende. La qual cosa sta ad indicare che quando la crisi è sistemica, e quella attuale lo è, a poco servono i sindacati, anche quelli “alternativi”. La partita oggigiorno è essenzialmente politica, non sindacale, e in questa luce va inserita la questione dello “sciopero generale”. Quando tutto un modello sistemico è sull’orlo del collasso, anche i settori politicamente più arretrati si rendono conto che col sindacalismo sociale o peggio, l’economicismo, si va poco lontano, che il successo di un lotta viene a dipendere dalla prospettiva in cui si inscrive. Davanti ad una crisi storico-sistemica solo se le masse vedono una credibile alternativa di società sono disposte a mobilitarsi seriamente, ovvero a giocarsi il tutto per tutto.

L’imbroglio dello zapaterismo

Quando José Zapatero prese la guida del PSOE nel luglio del 2000, dopo la batosta elettorale del marzo, ciò avvenne sulla base di una piattaforma politica tutta fondata sul binomio modernizzazione-diritti civili. La qual cosa gli creò un’aura di progressista radicale che gli spianerà la strada alla inattesa vittoria elettorale del 14 marzo 2004.

Si è discusso a lungo di quanto pesarono, su quel successo elettorale, il sanguinoso attacco dinamitardo di matrice islamica dell’11 marzo e lo scandaloso autogol di Aznar che in fretta e furia ne attribuì la paternità alla sinistra basca dell’ETA. Molto di più pesò l’iniquo sistema elettorale spagnolo, un miscuglio antidemocratico di maggioritario e finto federalismo per cui, solo per fare un esempio, “Izquierda Unida”, con un 1.300mila voti ottenne soltanto 5 seggi, mentre i centristi baschi del PNV (Euzko Alderdi Jeltzalea) ne presero 7 con solo 420mila voti e quelli catalani di “Convergència i Unió” ne ottennero 8 con poco più di 800mila.

L’attenzione zapaterista alla sfera dei diritti civili, che tanta simpatia suscitò in molti settori depressi della sinistra italiana (chi dimentica l’apologetico film di Sabina Guzzanti “W Zapatero“?), eretto a icona di una promettente rinascita della sinistra europea, si coniugava appunto con la cosiddetta “modernizzazione”, nient’altro che una versione spagnoleggiante del liberismo clinton-blairiano. Ai maggiori diritti per le donne, i gay e i transgender, alla liberalizzazione della fecondazione assistita e della ricerca sulle staminali, all’abolizione dell’obbligo di insegnamento della religione cattolica nelle scuole, corrispose una politica economica non meno clinton-blairiana. I sussidi ai giovani e alle famiglie, l’aumento del salario minimo, si inscrivevano in una linea strategica fondata sulle privatizzazioni, le liberalizzazioni, tra cui quella del mercato del lavoro, conservando la flessibilità e la precarizzazione introdotte da Aznar. Per non parlare della linea di repressione durissima adottata verso la sinistra indipendentista basca dopo l’effimera trappola negoziale.

Chi ritiene che Zapatero, una volta giunto al governo, abbia “tradito” le sue promesse si sbaglia. Dal 2000 al 2004, la politica de PSOE si svolse all’insegna della “opposizione utile”. Col pretesto di apparire “affidabile” e non massimalista agli occhi della borghesia spagnola e dei tecnocrati europei, il PSOE di Zapatero attuò una sistematica politica di collaborazione con Aznar, fino all’accordo bipartizan “anti-terrorista” per stroncare la sinistra basca.

Se si volesse mettere a fuoco quale sia stata l’essenza dello zapaterismo dovremmo affermare che esso è stato, tra tutti i governi europei dell’ultimo decennio, forse con la sola eccezione dell’Irlanda, quello che più di tutti ha scommesso sul successo del modello neoliberista fondato sulla supremazia del capitalismo iper-finanziario; che più supinamente si è piegato agli interessi della speculazione transnazionale; quello che più di tutti ha deciso di assecondare l’ingordigia dei settori più predatori della borghesia, dei grandi gruppi bancari e assicurativi, delle frazioni parassitarie e rentier a scapito di quelle tradizionali produttive di plusvalore. Il boom edilizio con la sua devastante e sregolata cementificazione, i sussidi all’acquisto delle case per le famiglie a basso reddito, spacciati per “riforme sociali a vantaggio dei più deboli”, altro non erano che l’esecuzione, da parte del governo di Madrid, delle direttive del capitale finanziario e bancario protesi compulsivamente a fare denaro col denaro, quindi interessati a speculare sull’indebitamento, privato e pubblico.

La crisi della sinistra

Oggi che il “miracolo spagnolo” è andato in frantumi, che l’economia è nel marasma (un marasma accentuato dalla schizofrenica politica economica zapaterista per cui oggi applica una cura da cavallo per ridurre deficit e debito pubblici ma ancora a fine 2008, keynesianamente,  aumentava la spesa, le pensioni e gli stipendi) sono in molti in Spagna a comprendere quale imbroglio lo “zapaterismo” sia stato e dunque a liberarsi dal suo incantesimo.  Tra questi molti sostenitori della coalizione di Izquierda Unida, che ha pagato e paga a caro prezzo l’avere fatto parte del governo dal 2004 al 2008, e che ancora nel 2008, alla nascita del secondo governo Zapatero, adottò una posizione di “astensione benevola”, nella sostanza di sostegno critico.

Ma se Izquierda Unida paga il prezzo salatissimo per aver tenuto il moccolo a Zapatero, per aver accettato di svendere non negoziabili diritti sociali e di classe in cambio di pur importanti diritti civili, la sinistra rivoluzionaria di Spagna non sta messa molto meglio.
Se si eccettua quella basca (che almeno conosce un profondo processo di ripensamento strategico) essa ha deboli radici sociali ed è frantumata e divisa. Ci sono gruppi la cui sterilità è pari solo al loro inguaribile dogmatismo. Coloro che attribuiscono poteri salvifici alle scorciatoie nazionaliste o sindacalistiche. Quelli infine che insistono proponendo il lato peggiore del “sessantottismo”, ovvero radicalizzando il discorso democraticistico e individualistico della centralità dei diritti, avendo abbandonato ogni ancoraggio di classe.

La situazione, non diversamente da quella italiana, è quindi pericolosamente ingessata. A costo di apparire fatalisti, non nascondiamo di sperare che l’aggravarsi della crisi sistemica porrà fine a questo andazzo, dando una scossa elettrica che attiverà una salutare reazione chimica. Ma la scossa, di per sé, non basta, occorre un soggetto politico strategico che funga da reagente, affinché il prodotto della reazione sia la fuoriuscita dal capitalismo e non una nuova catastrofica sconfitta.