Il ricatto passa per un soffio, il marchionnismo non passa proprio

«La maggioranza degli operai di Mirafiori ha fatto un atto di coraggio». «È una sconfitta politica per Marchionne. Il voto dà forza a tutti noi e andremo avanti per rovesciare l’accordo-vergogna». «Gli operai delle linee di montaggio hanno detto di no». Questo il primo commento del presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, dopo l’esito del referendum sull’accordo separato del 23 dicembre.

Come a Pomigliano, più che a Pomigliano (dove il sì aveva ottenuto il 64%), l’atteso plebiscito pro-Fiat non c’è stato. Alla fine il sì è fermato al 54%, una maggioranza modesta, ottenuta tra l’altro con il voto decisivo (questo sì plebiscitario) degli impiegati – che a Mirafiori sono quasi tutti “capi” e “capetti” – e che, a differenza degli operai, non subiranno i peggioramenti in materia di pause e turni.

Il peso degli impiegati è stato infatti determinante: su 441 voti espressi solo in 20 si sono pronunciati per il no. Invece, nei quattro seggi del montaggio ed alla lastratura, dove il peggioramento delle condizioni di lavoro sarà più pesante, il no ha ottenuto circa il 53%. Tra gli operai il sì ha prevalso soltanto alla verniciatura e tra i lavoratori che fanno continuativamente il turno della notte.

L’accordo-capestro del 23 dicembre cambierà pesantemente le condizioni di lavoro nella grande fabbrica torinese (vedi La legge di Marchionne), ma la battaglia contro il marchionnismo resta aperta e da oggi è certamente più forte: sta qui la grande importanza della resistenza degli operai di Mirafiori. All’inizio, subito dopo l’accordo pre-natalizio, il trasversalissimo partito marchionnista lanciava proclami di vittoria, ipotizzando un 80 se non addirittura un 90% di sì. La Fiom appariva isolata e in un angolo, mentre tutte le forze filo-padronali pregustavano una ripetizione dell’ottobre 1980, quando la sconfitta operaia venne simbolicamente sancita dalla tristemente famosa marcia dei 40mila (che ovviamente 40mila non erano, ma questo è un altro discorso).

In questa battaglia Marchionne ha avuto dalla sua la Confindustria, una pletora di sigle sindacali collaborazioniste, tutte le forze politiche di governo più il frastornato Pd, il sindaco di Torino, i grandi mezzi di comunicazione di massa praticamente all’unisono. Li ha avuti con sé non in un referendum tra due opzioni alla pari, ma in un’operazione ricatto con la pistola puntata alla tempia degli operai torinesi. Oggi, che hanno raggranellato un misero 54%, tutti i marchionnisti d’Italia cantano vittoria. Esulta il viscido Sacconi, festeggiano i capetti delle sigle sindacali in servizio permanente effettivo pro-Fiat, gioiscono Cisl e Uil. Tace, per ora, la triade “democratica” degli “ino” (Fassino, Chiamparino, Ichino).

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La verità è che sul piano della prospettiva politica hanno perso. Per costoro non si trattava semplicemente di imporre il più classico dei ricatti occupazionali, bensì di convincere sulla bontà della ricetta Marchionne come linea di adattamento dell’Italia alla globalizzazione turbo-capitalista. Ci sono riusciti? A Mirafiori no, nel resto del Paese ancora di meno. Non occorre avere al proprio servizio un Mannheimer per capire cosa sarebbe successo se l’accordo-vergogna del 23 dicembre fosse stato sottoposto all’insieme dei lavoratori italiani, cioè senza diretto ricatto sul posto di lavoro. In quel caso il plebiscito ci sarebbe stato eccome, solo che avremmo avuto un 90% di no a seppellire i sogni di gloria del manager abruzzo-canadese che comanda da Detroit, guadagna cifre milionarie in Italia e paga le tasse in Svizzera.

La verità è che non hanno vinto neppure con la forza del ricatto, neppure con il senso di isolamento instillato nella classe operaia da una campagna trentennale che non ha badato a spese. E non hanno vinto neppure nell’insieme della società. Al contrario, lo spudorato oltranzismo di Marchionne ha rimesso al centro dell’attenzione generale la questione operaia. Decenni di aria fritta sulla fine del lavoro manuale, sul prevalere del cosiddetto “lavoro cognitivo”, sono stati sepolti dalla dura materialità dell’attuale condizione operaia. Di cosa tratta il famigerato accordo su Mirafiori se non di ritmi, orari, pause, diritti da cancellare, piena disponibilità della forza-lavoro alle esigenze della produzione e del profitto? Di cosa tratta, insomma, se non delle concretissime modalità di sfruttamento, del conseguimento di quel plusvalore che qualcuno vorrebbe considerare ormai ininfluente nella moderna fabbrica automatizzata?

Certo che il lavoro operaio è cambiato. Ma la sua riduzione a protesi della macchina non lo ha reso meno centrale. E non si scordi che se nelle grandi aziende come la Fiat l’incidenza del costo della forza-lavoro – il “costo del lavoro” nel linguaggio padronale – è diminuita, è solo perché buona parte del lavoro vivo che conduce al prodotto finale, cioè alla merce, viene svolto altrove (indotto, ditte appaltatrici, ecc.). L’obiettivo dei Marchionne (non limitiamoci al solo amministratore delegato della Fiat) è dunque ben più ampio: ridurre pesantemente il salario della generalità dei lavoratori, come risposta alla crisi e condizione di galleggiamento nella globalizzazione.

Se i Marchionne hanno ben chiara quale sia la reale posta in gioco, la stessa consapevolezza ce l’hanno i marchionnisti di ogni bandiera, solo che non lo possono dire. Costoro – sconfitti ancor più di Marchionne nel referendum torinese – devono ancora vendere le merci della “modernizzazione”, del “nuovo”, “dei sacrifici oggi che preparano la prosperità di domani” e via mentendo. Ma se i Marchionne dispongono della forza materiale del ricatto, i marchionnisti hanno dalla loro soltanto una propaganda alla quale ormai non crede più nessuno. Insomma, se le classi dominanti dispongono dello stesso potere di ieri, la loro egemonia – che per definizione non può essere affidata al solo bastone – è ormai palesemente in crisi.

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Torino 2011 non ha avuto dunque lo stesso esito di Torino 1980, e questo è già molto. La resistenza operaia non ha vinto, ma ha mostrato che esistono le condizioni per continuare la lotta.
E’ ora il momento di aprire una riflessione sulle prospettive di questa lotta. Una riflessione che deve investire almeno tre questioni, che qui ci limitiamo a segnalare: il modello produttivo, il modello economico-sociale, il problema del blocco sociale anticapitalista.

La centralità della produzione manifatturiera è un dato che la crisi ha addirittura esaltato. Sta di fatto che l’unico paese europeo che mostra segni effettivi di ripresa (per quanto assai meno forti di quel che si vorrebbe far credere) è la Germania, la potenza industriale per eccellenza del vecchio continente. Ciò non cancella, però, la necessità di una profonda riconversione dell’intero apparato industriale, che faccia i conti con esigenze ambientali ormai riconosciute da tutti. In questo quadro, non è minimamente immaginabile che il settore dell’auto rimanga così com’è. Più che discutere su dove si dovranno produrre i Suv, si dovrà cominciare a decidere di smettere di produrli, iniziando a pensare ad un sistema di mobilità ben diverso dall’attuale. Questa necessità non è patrimonio di qualche ambientalista, essa è presente agli operai ben più che ai politicanti filo-Marchionne.

Ma la stessa esigenza della riconversione, la necessità di mettere al centro il cosa e il per che cosa produrre, rimanda alla questione della proprietà dei mezzi di produzione. Marchionne può decidere quali stabilimenti utilizzare, in quale paese del mondo gli è più conveniente, ma gli impianti produttivi che la Fiat ha in Italia non potranno essere trasferiti altrove in una notte. Quel che si impone è la nazionalizzazione della Fiat, e la sua gestione da parte dei lavoratori. E’ ora che la vita ed il destino dei lavoratori non venga più subordinato agli interessi od ai capricci di proprietà e management.

Marchionne, se vuole, potrà anche ritirarsi nella sua villa di Blonay, in Svizzera, dove nel 2006 – quando per Bertinotti era l’esempio del manager attento alle questioni sociali! – è stato denunciato dal sindacato UNIA per l’assunzione illegale di giardinieri italiani pagati un terzo del salario minimo legale… Quando si dice il vizio!

Qualcuno considererà utopistico l’obiettivo della nazionalizzazione. Certo, allo stato attuale non possiamo negare che sia così. Ma il crollo dell’egemonia delle classi dominanti – ecco la vera differenza con gli anni ’80! -, unito ad una crisi politica ancora senza vere soluzioni, disegna uno scenario nuovo nel quale sarebbe da miopi non pensare in grande. Avendo chiaro che l’alternativa sociale potrà diventare realistica solo attraverso la costruzione di un nuovo blocco sociale. Non nascondiamocelo: la resistenza di Mirafiori è stata grandiosa, ma essa potrà trasformarsi in progetto solo saldandosi con la rivolta delle nuove generazioni. Una rivolta di cui abbiamo visto l’anteprima il 14 dicembre a Roma.

Se classe operaia e masse giovanili (in parte anch’esse operaie e precarie) sapranno saldarsi, quel che oggi sembra utopico diventerà possibile. Parlare di “masse giovanili” può forse sembrare troppo generico, o troppo illusorio, od entrambe le cose. Ma il segnale che ci arriva non solo dal 14 dicembre, ma dall’Inghilterra, dalla Grecia e da altri paesi è proprio questo. Sono in primo luogo le masse giovanili – spoliticizzate, ma non bruciate dai lunghi anni della sconfitta e della rassegnazione – a scendere in campo. E’ così anche nel Maghreb, a partire da quella Tunisia che ieri ha messo in fuga Ben Ali. Situazioni diverse, non c’è bisogno di ricordarlo, ma che ci parlano di una tendenza ben precisa.

In ogni caso la lotta di classe, che si esprime ovviamente in maniera assai diversa nei diversi contesti nazionali e nelle diverse formazioni sociali che li caratterizzano, è di nuovo al centro della scena. E forse, alla fine, dovremo ringraziare lo stesso Marchionne, per aver dato in un certo qual modo a questo processo il suo contributo…