Chi ha paura della caduta del tiranno?

Martedì 25 gennaio. In Egitto si celebra la festa della polizia. Il popolo ha voluto celebrarla a suo modo, scendendo in piazza e gridando “Ora basta! Via il dittatore Mubarak”. All’inizio piccoli assembramenti in alcuni quartieri a ridosso del centro del Cairo, autorganizzati e spontanei, usando sms e socialnetwork, a dimostrare che si sono mossi per primi i giovani della malandata classe media.

 

 

Come per incanto i primi presidi si sono andati ingrossando e i manifestanti, preso coraggio, hanno dato vita a cortei che da diverse parti si son mossi verso il centro, ad assediare, proprio come accaduto in Tunisia, i palazzi simbolo del potere: quello del Partito Nazionale Democratico di Mubarak, la sede della TV, il Ministero degli Esteri.

Colte di sorpresa le forze di sicurezza si sono ben presto organizzate, reagendo con durezza estrema, allo scopo di disperdere i cortei. Gas lacrimogeni, cariche, cannoni ad acqua e blindati. Come pure i proiettili. Le agenzie parlano di due morti nella città di Suez, di centinaia di feriti e decine e decine di arresti. Tuttavia, respinti in un luogo, i presidi rispuntavano più numerosi da un’altra parte. Mentre scriviamo, anche a causa di uno schieramento repressivo enorme, al Cairo regna una calma apparente. Il movimento rifiata, forse riprenderà slancio già da domani mattina.

Il regime, seguendo un copione già scritto, ha promesso una reazione fermissima, avvertendo la popolazione che ogni corteo, ogni assembramento, sono vietati, e chiunque violerà la legge, questo ha affermato il Ministro degli interni Habib el-Adli verso le ore 20 di sera, subirà pesanti conseguenze. La Casa Bianca, per bocca della Clinton, ha assicurato il pieno sostegno al regime, che secondo lei non sarebbe in pericolo. A conferma di un fatto noto: l’Egitto è una pedina imprescindibile per l’intera strategia mediorientale nordamericana. Pur di evitare un effetto domino la Casa Bianca deve puntellare il fradicio edificio politico al cui vertice c’è Mubarak da ben tre decenni.

«La gente è stanca di Mubarak, della sua dittatura, delle sue camere di tortura, delle sue fallimentari politiche economiche. Se Mubarak non cadrà oggi, cadrà domani, altrimenti dopodomani. Oppure la settimana prossima», dichiara un manifestante ad al-Jazeera.

In questa frase si esprime la speranza che muove i manifestanti, come pure un fragile ottimismo. L’Egitto non è, per il suo straordinario peso geopolitico, paragonabile alla Tunisia. L’Occidente imperialista, Israele, le satrapie arabe, sosterranno Mubarak fino all’ultimo momento, poiché se egli cade ciò sarebbe una vera e propria catastrofe che manderebbe a gambe all’aria i già incerti equilibri dell’area.

Tutti conosciamo la situazione a Gaza e in Palestina (l’ANP di Abu Mazen traballa dopo le sconvolgenti rivelazioni di al-Jazeera). Il Libano, a causa della volontà delle potenze imperialiste di far fuori Hezbollah, è sull’orlo di una nuova guerra civile. In Iraq la pace è lontana. In Yemen il governo non controlla vaste aree del paese, in mano alle opposizioni, islamiste o di sinistra. In Sudan la pace è in bilico e la spartizione del paese, sancita dal referendum nel Sud, non sarà indolore. In Giordania si susseguono, sull’onda dei moti tunisini e algerini, scioperi e proteste contro l’aumento dei prezzi. Sullo sfondo c’è l’Iran di Ahmadinejad, che a causa del suo sostegno alle Resistenze palestinese e libanese, resta un bersaglio degli americani e dei loro fantocci arabi.

L’Occidente, Israele e i loro Quisling arabi non possono dunque permettersi che il regime di Mubarak venga spazzato via. Ne trarrebbero vantaggio proprio le Resistenze, ad iniziare da quella palestinese. Per questo la battaglia sarà durissima, e non è escluso che la sollevazione popolare venga schiacciata nel sangue per poi rifluire.

Molto dipenderà da come la sollevazione si strutturerà nei prossimi giorni. Il Ministro degli interni ha immediatamente accusato dei “disordini” la Fratellanza Musulmana. In base alle nostre informazioni è un’accusa strumentale e falsa. Le proteste di oggi sono state spontanee e non vedevano alla loro testa gli islamisti, che anzi hanno assunto nelle prime ore un atteggiamento attendista. Una cosa è chiara: se la Fratellanza Musulmana non si schiererà con la sollevazione, quest’ultima non ha possibilità di vittoria, visto che i Fratelli musulmani sono il movimento più forte dell’opposizione e dietro ad essi stanno anche i ceti più poveri della popolazione, senza il cui appoggio, gli studenti da soli, non ce la faranno.
Che faranno infine Kifaya (il blocco delle organizzazioni di sinistra e islamiche antimperialiste) e le cosiddette opposizioni “liberali” che dicono a parole di volere l’uscita di scena di Mubarak?

Fratellanza Musulmana, Kifaya e le altre forze di opposizione riusciranno a formare un fronte unito? Sapranno tenere duro evitando ogni tentennamento? Solo una rivoluzione democratica che abbia il consenso della grande maggioranza del popolo potrà vincere e porre fine ad un trentennio di dittatura. E se questa rivoluzione democratica e popolare vincerà, l’effetto domino è certo. L’onda d’urto non travolgerà forse tutte le satrapie filo-occidentali, ma di sicuro avrà posto fine all’assalto imperialista delle cosiddette “rivoluzioni colorate” e obbligherà gli imperialisti a rivedere tutti i loro piani di dominio e di attacco. Non demorderanno, questo si sa, ma le Resistenze, con lo schianto di Mubarak, saranno tutte più forti.