Ad un mese dalla fuga di Ben Alì la Tunisia è attraversata da un crescente fermento rivoluzionario, segnato dalla partecipazione massiccia dei giovani e dei lavoratori alla vita politica, e quindi dalla sfiducia generalizzata verso il cosiddetto governo di transizione.
Tra i movimenti d’opposizione quello islamista di Ennahdha (Rinascimento) è certo un protagonista di peso. Esso ha saputo resistere alla persecuzione sistematica e feroce da parte del regime di Ben Alì. Non è un segreto che buona parte della sinistra tunisina non ami l’islam politico. Nell’articolo che pubblichiamo Ghannouchi
  (foto) spiega le ragioni per cui Ennahdha abbraccia l’idea di un sistema democratico e pluralista. Vero è che molti, vittime di una sindrome islamofoba, ritengono quelle di Ghannouchi dichiarazioni tattiche, ovvero non sincere.

Chi scrive ha avuto modo di assistere a Tunisi, il 7 febbraio, alla conferenza stampa di Ghannouchi. L’impressione che ne ha tratto è opposta, ovvero che Ennahdha si è lasciato alla spalle l’idea di una Repubblica islamica fondata sulla Sharia. Non è un dato secondario che Ennahdha converga con gran parte della sinistra tunisina che non basta una “riforma” del regime, ma che ci voglia una vera e propria rottura col passato, ovvero un’Assemblea costituente per riscrivere la costituzione e gettare le basi di un sistema democratico che consegni la sovranità al popolo. (MP)

L’Islam, i musulmani e la democrazia
di Rachid Ghannouci

Nei circoli ostili all’Islam e ai musulmani è frequente l’accusa secondo cui gli stessi musulmani sarebbero avversi alla democrazia, mettendo in guardia da un loro accesso al sistema politico legale. L’accusa è gravissima, specie in un clima internazionale ostile all’Islam ed ai suoi sostenitori, e in presenza di regimi ormai abituati a governare solo col dispotismo, i quali vivono col terrore delle richieste di cambiamenti democratici che pervadono il mondo.
Fino a che punto, dunque, questa accusa è credibile? L’Islam e i musulmani sono veramente un pericolo per la democrazia?

1– Onde evitare di perderci nelle varie definizioni della democrazia e per maggiore chiarezza, qui, con democrazia intendiamo quel sistema politico che a prescindere dalla forma – presidenziale o parlamentare che sia – e dagli sfondi culturali, nel senso del suo rapporto con la religione – sia essa cristiana, ebraica, buddista o induista – che sia laico, integralista o moderato. Alla fine è un sistema che con tutte le sue variegate sfaccettature e retroscena si basa su una serie di principi che si concretizzano grazie ad una serie di regole e meccanismi.

Tra i più importanti, l’istituzione del sistema politico sulla base del principio della concittadinanza, nel senso della compresenza di tutti i cittadini in una nazione in cui hanno uguali diritti sulla base di un contratto esplicito tra di loro – in quanto popolo – per la fondazione di un sistema politico “Stato” di cui essi sono sovrani e proprietari. E l’adozione di una serie di meccanismi mediante i quali il Popolo sovrano esercita la propria sovranità praticando un pacifico avvicendamento al potere attraverso elezioni eque, in cui la partecipazione è garantita – direi, in quanto dovere più che un semplice diritto – in egual misura, a tutti i cittadini. Si deve considerare che l’operazione elettorale è l’unica fonte da cui tutti i poteri all’interno di uno stato traggono la loro legittimità: il potere esecutivo – rappresentato dal Capo dello Stato o del Governo, entro una legislatura predefinita – ed il potere legislativo.

L’operazione elettorale potrebbe estendersi includendo i poteri esecutivi circoscrizionali, oltre ai governi locali: comuni, regioni, ecc… e gli altri vari organismi civili che si attivano nell’interesse generale della società, come i sindacati e le federazioni. Il che costituisce un sondaggio periodico sulla tendenza e l’orientamento dell’opinione pubblica per verificare la posizione della maggioranza e perché ciascuna delle parti riveda la propria politica alla luce dei risultati. E alla minoranza va garantito il diritto all’opposizione, riservandole la possibilità di accedere al potere, ogni qualvolta che l’orientamento dell’opinione pubblica è a suo favore trasformandola in maggioranza.

E poiché la libertà e la diversità sono intrinseche alla natura dell’uomo, di conseguenza questo sistema garantisce il diritto alla diversità ed all’esercizio delle libertà umane, in maniera pubblica ed organizzata, come la libertà di pensiero, di credo, di culto, di espressione e di associazione, nonché quelle individuali. Così come è sancito anche il diritto all’equo processo dinanzi ad una magistratura indipendente.
S’impegna a fornire i mezzi minimi per garantire a tutti la dignità umana, come un lavoro retribuito, la sanità e l’istruzione. Diritti, questi, che trovano concordi tutte le carte e le dichiarazioni dei diritti umani.

Tra le regole di questo sistema (democratico) – al contrario del sistema centralista del regime dittatoriale – vi è la distribuzione dei poteri a larga scala, creando in tal modo un regime di controllo reciproco tra i vari poteri e permettendo di sottoporre i capi di ciascuno dei poteri ad eventuali interrogazioni ed interpellanze, sia per mezzo della stampa, sia attraverso le istituzioni costituzionali competenti. In modo che l’esercizio del potere, in qualunque settore, sia sottoposto alla legge. Ciò rende, in definitiva, possibile per l’elettorato esercitare il diritto e la facoltà di ritirare e concedere il mandato. Lo scopo dietro a tali meccanismi è quello di realizzare le condizioni per la dignità umana.

Vi è democrazia, quindi, laddove è garantito ai governati il diritto d’interrogare ed eventualmente sostituire i propri governanti, in un clima di trasparenza e senza difficoltà né ricorso alla violenza. Ove, cioè, la legge è una espressione della volontà del popolo.
La democrazia è una serie di assetti e buoni compromessi raggiunti dalle varie elite della società per governare gli affari pubblici in un clima di concordanza, lontano dall’oppressione e sulla base della concittadinanza e dell’eguaglianza nei diritti come nei doveri, partendo dal presupposto che la patria è proprietà dei suoi cittadini e che l’opinione pubblica – a prescindere dalla diversità dei credi diffusi (all’interno della società, NdT) – sia la fonte di legittimità del potere.

2 – Questo sistema, nella sua forma attuale, ha visto la luce solo nell’era moderna, attraversando numerose fasi. Ma è tuttora in fase di sperimentazione in cui è esposto alle regole del progresso. Perciò nessuno gli attribuisce la perfezione, anzi, esso – a causa dei difetti procuratigli ad esempio dall’ingerenza dei detentori del denaro e la loro influenza sull’opinione pubblica, per mezzo dei media. Il che fa venir meno il principio di uguaglianza e rischia di trasformare il denaro e il potere in uno stato per i soli ricchi – viene definito come il sistema meno peggiore.

D’altronde, tra le opere umane, non è sempre facile rilevare i difetti e disporne migliori alternative. E la miglior testimonianza a favore del sistema democratico deriva dalla sua comparazione con altri sistemi. Non si deve quindi lasciarsi travolgere dallo spirito nichilista fino a preferire un regime dittatoriale ad una, seppur imperfetta, democrazia. Non è forse demenziale rinunciare completamente alla democrazia pur di non averla imperfetta? L’altra testimonianza pratica a credito della democrazia è dimostrata anche dall’incremento dell’esilio verso le sue terre. Anche da coloro che pur essendovisi rifugiati hanno fatto della sua denigrazione il loro pane quotidiano. E si sa che normalmente si emigra cercando situazioni migliori – proprio come accadeva ai tempi dello splendore della civiltà islamica quando vari popoli emigravano verso le terre dell’Islam – ciò nonostante tutti i difetti delle varie democrazie che non derivano certo dai meccanismi democratici bensì dall’avidità a dal materialismo del capitalismo.

3 – Malgrado i continui tentativi da parte dei laicisti estremisti di ideologizzare il sistema democratico – in modo da istituire un legame indissolubile tra la democrazia ed il laicismo nelle sue varie forme, tra cui l’esclusione della religione dalla dimensione pubblica e perfino da quella privata – tuttavia, la realtà pratica di questo sistema dimostra che esso offre basi solide per l’imparzialità dei suoi meccanismi e la loro indipendenza dal concetto ideologico, laico o religioso che sia. Un sistema, questo, che si fonda su compromessi a cui le parti – di appartenenza etnica, religiosa e linguistica comune o differente, totalmente o parzialmente – giungono ricorrendo a strumenti pacifici, al posto di quelli violenti, per risolvere le loro controversie.

E una volta concordi sull’essere dei liberi concittadini in una patria comune e che non vi è alternativa alla convivenza pacifica, troveranno di certo nel sistema democratico quanto gli occorre per regolamentare la loro vita, tutelando i propri interessi comuni nel rispetto dell’uguaglianza nei diritti, attraverso i noti meccanismi democratici che possiedono l’elasticità e la tolleranza sufficienti a permettere la coesistenza di più di un ordinamento legale all’interno di unico stato. Ad esempio in un governo federale – come gli Stati uniti, la Germania, l’India, la Malesia o la Nigeria – è consentito che una o più province adottino un ordinamento giuridico differente da quelli vigenti nelle altre province. Tuttavia non vi è un nesso inscindibile tra la tolleranza del pluralismo e la laicità, poiché essa può essere all’origine di dittature come nel caso dei regimi nazisti e comunisti, oltre ai numerosi regimi arabi, così come può essere la base culturale di parecchi governi democratici nel mondo. Lo stesso si può dire anche sulla religione, la quale può essere un pretesto per legittimare regimi dittatoriali, come è accaduto nella nostra storia e in quella di altri popoli, ma può anche essere un fondamento per la tolleranza e l’accettazione del pluralismo o perlomeno della convivenza pacifica.

In Giappone e Sri Lanka ad esempio vigono democrazie con uno sfondo buddista e in India la democrazia è a sfondo induista. Così come in Europa e America vi sono democrazie con stretti legami con il cristianesimo al punto che alcune omettono nella Costituzione il principio di laicità dello stato. L’esempio è quello del Regno unito dove convergono nella persona del Monarca le due figure di Capo del Commonwealth e Capo della Chiesa. Inoltre nessuno può negare il ruolo della religione in stati come gli Stati uniti, Israele o l’India. Mentre nel mondo islamico i continui tentativi di costruire dei governi democratici e pluralistici incontrano non poche difficoltà, ma con qualche, seppur parziale, successo come nei casi di Malesia, Libano, Iran, Giordania, Yemen, Bahrein, Marocco, Indonesia, Pakistan, Bangladesh e Sudan.

4 – Dopo una attenta considerazione non è certo difficile rilevare che non vi è nulla negli insegnamenti o nei propositi dell’Islam né nella sua esemplare esperienza pratica – all’epoca del Profeta e dei suoi successori Califfi ben guidati – che impedisca l’adozione del sistema democratico come rimedio alla dittatura che ha oscurato gran parte della storia dell’Islam e degli altri popoli della terra. Evitando ogni pretesa di ideologizzazione da parte delle due parti opposte: i laicisti estremisti che continuano ad insistere sul principio che dice: o s’importa l’Occidente tutto un blocco o niente. Sull’altra sponda però si trovano i gruppi islamici intransigenti che – al posto di osteggiare le dittature, di cui anch’essi sono vittime – hanno fatto dell’ostilità alla democrazia un elemento fondamentale nella loro propaganda, lanciando contro la democrazia l’abominevole accusa di apostasia, anche se nessuno si è sognato – e chi sa perché – di fare lo stesso con i mezzi di comunicazione e le altre tecnologie sviluppate proprio dall’Occidente. Il quale lo ha fatto in continuità con il retaggio delle civiltà che lo precedettero, specialmente quella islamica che si è fondata su una religione il cui proposito finale è quello di onorare l’uomo: “In verità abbiamo onorato i figli di Adamo”. E di considerare, inoltre, che tutti gli uomini sono fratelli per la loro appartenenza ad un unico padre ed un unico Dio, invitandoli a collaborare, unirsi ed istituire fra di loro relazioni basate su giustizia, carità, consultazione e reciproco aiuto a diffondere la pietà e combattere l’ingiustizia che è ritenuta strettamente connessa con l’idolatria. Infatti, le campagne più agguerrite degli scrittori musulmani avevano tra i suoi più acerrimi nemici – dopo l’idolatria – gli ingiusti e i prepotenti, seguaci del Faraone e nemici dei profeti.

In questo senso l’esperienza del Profeta nella Medina è un esempio di giustizia, di consultazione e di tolleranza con il diverso. Esperienza questa culminata con la “As-Sahifa” (la prima costituzione o contratto sociale e politico) la quale ha regolamentato i rapporti tra le diverse componenti sociali e religiose della Medina, su una base ugualitaria che riconosce a tutti – credenti e non credenti, uomini e donne – lo status di concittadini, salvaguardando i loro diritti. Fu uno storico precedente costituzionale di estrema importanza, poiché gettò delle solide basi per tutto quello che – malgrado le deviazioni – ha comunque caratterizzato la civiltà islamica, fra tolleranza religiosa e intellettuale e pluralismo degli ordinamenti giuridici ed educativi all’interno dell’unico stato. Concretizzando in tal modo uno dei nobili principi dell’Islam in materia di libertà di credo e di religione che sta alla base di tutte le libertà: “non vi è costrizione nella religione”. Ciò spiega il fatto che la lunga storia islamica non si è mai macchiata di guerre di pulizia etnica o religiosa, contrariamente a quanto accadde in altre civiltà.

Ciò in conformità a quel principio che ha retto l’edificio della civiltà islamica e sintetizzato dal versetto coranico: “a voi la vostra religione a me la mia”. Così come il primo raduno tra i più noti compagni del Profeta in seguito alla sua morte nella nota riunione di “As-Sakifa” (porticato), rappresentò una splendida immagine progressista di una istituzione parlamentare che concretizza il valore della consultazione e ribadisce il concetto di stato nell’Islam e la sua perpetuità indipendentemente dalla persona del governante, e che la legittimità del potere in questo stato non la si eredita né la si trae da un testamento oppure da proclami teocratici, bensì da una unica fonte: il popolo. Quando ai cittadini musulmani venne candidato – alla successione del Profeta alla guida dello stato – dall’elite dei Ahl al-Hal wal-Akd (le genti che hanno la podestà di legare e sciogliere), questi approvarono e corsero a porgergli la Bai’a (l’atto del riconoscimento), in base ad un vero e proprio contratto, Bai’a, che costituì la base fondante del governo dei al-Khulafà ar-Rashidun (i califfi ben guidati). Sebbene questo contratto, la Bai’a, sia stato conservato – successivamente al periodo dei califfi ben guidati, e durante l’estesa epoca dei regimi di sopraffazione –, era però solo nella forma, poiché fu svuotato del suo autentico e profondo significato.

L’avvento di regimi tirannici e la conseguente sospensione della consultazione nelle questioni di governo – anche se proseguì nei campi dell’istruzione e della cultura – fu una delle cause principali del degrado della civiltà islamica. Tuttavia il ritorno allo spirito tribale con una miscela di tradizioni degli imperi teocratici allora vigenti nel mondo, quando furono fondati i grandi stati islamici, aveva quasi completamente svuotato la consultazione – simbolo del potere del popolo – di ogni contenuto. Dando una visione del califfato come fosse una successione al Profeta, mentre la “lettera d’incarico” è rivolta a tutta la comunità di celebrare la preghiera, versare la zakat (l’imposta sulla ricchezza) e di applicare tutte le norme che garantiscono la giustizia, e s’indirizza al califfo solo in quanto mandatario delegato dalla comunità per assolvere alle funzioni di cui è stato investito, previo un contratto reciproco. In base al quale, il califfo, in quanto rappresentante della comunità è in ogni momento soggetto ai controlli. Ma il venir meno delle disposizioni e dei meccanismi che la comunità dei musulmani avrebbe dovuto istituire per facilitare l’esercizio di controllo del califfo, insieme all’offuscamento della loro concezione della consultazione a causa di alcuni modelli teocratici e tribali ereditati, ha facilitato ai tiranni di trasformare il retto califfato in un regime brutale. Ma l’inefficienza dei meccanismi consultativi apparvero già evidenti con le rivendicazioni delle nuove regioni – che si erano convertite di recente all’islam e convinte dei suoi ideali di giustizia – del loro diritto di partecipare al potere e di destituire il terzo califfo. Rivendicazioni che non ebbero successo, poiché quei meccanismi costituzionali esistenti furono istituiti per gestire una società come quella della Medina e non per un Impero.

Ma le motivazioni che il califfo addusse per giustificare il suo rifiuto di cedere alle richieste dei ribelli, erano formulate in maniera tale da lasciar intendere che il potere che egli deteneva gli era stato concesso da Dio. Ma anche il suo successore era convinto che solo la classe dei “Al-Muhàjirùn” e “Al-Ansàr” (gli emigrati e gli ausiliari, i primi coloro che fuggirono dalla Mecca e i secondi sono gli autoctoni che li ricevettero e gli dettero sostegno) – che elesse il suo predecessore e da cui era costituita l’elite di Ahl al-Hal wal-Akd) – poteva aver accesso al potere, escludendo i rappresentanti delle nuove grandi regioni. Ciò vuol dire che i meccanismi costituzionali che vigevano in una piccola società come quella della Medina non furono mai sviluppati in modo da consentire di governare una nazione estesa. Di conseguenza, il moderno spirito tribale ed imperiale, prevalse sullo spirito consultativo, puro dell’Islam, trasformando la Bai’a, simbolo del patto tra la comunità ed il governante, in una specie di contratto di compravendita. E così la comunità, l’unico sovrano, è stata ridotta in uno o due uomini, il ché la spogliò del suo potere e la ridusse a proprietà privata. Ciononostante, il governo, successivamente all’epoca di “Ar-Rashidun” – grazie alla mancanza dei mezzi di comunicazione e di controllo che oggi invece sono in mano ai nostri governi – non divenne ancora una dittatura assoluta, giacché non poteva tenere sotto controllo tutti i suoi territori. Ma questo fu al momento stesso anche un ostacolo davanti all’estensione della consultazione all’interno della nazione.

L’Islam, inoltre ha posto dei limiti al potere del governante. Ad esempio il potere legislativo era nelle mani della società, attraverso i Fuqahà (plurale di Faqìh, dottore nella Shari’a) gli unici in grado di estrarre le leggi dalle fonti della religione. La magistratura anche essa era nelle mani dei sapienti dottori – tranne ciò che riguardava le controversie politiche – e nemmeno il potere di stabilire le imposte e le tasse era in mano al governante, poiché erano già prestabiliti dalla Shari’a. Lo stesso valeva anche per i settori dell’istruzione e della cultura che erano fuori dal controllo del governante, erano di competenza degli Ulamà (plurale di ‘Alim, sapiente, scienziato, giureconsulto…).

Il governo quindi era in società fra i governanti e gli ‘Ulamà. Ma le dittature nel mondo islamico di oggi hanno imposto in modo arbitrario il loro controllo su tutto, persino sul potere religioso, trasformando gli ‘Ulamà in piccoli impiegati al suo servizio e mettendo mano su tutte le istituzioni tradizionali della società, tra cui l’antica istituzione del Waqf (fondazione pia che gestisce i lasciti dei musulmani a scopi di beneficenza e di bene comune) che fu alla base dell’indipendenza della società civile e dei suoi ‘Ulamà dal governo.

Ed è questo che fa degli attuali governi (nel mondo islamico) una spregevole bizzarria, più simile ai regimi feudali dell’Europa premoderna e lontani anni luce dall’esempio delle democrazie moderne, le cui lesioni ai principi della democrazia derivano dai loro propositi nazionalistici a scapito di quelli umanistici, e dal loro concentrarsi sugli interessi ed i valori materiali. Il che offre all’Islam l’opportunità di ridare equilibrio al sistema democratico sfruttando i meccanismi che la democrazia offre e che in realtà non hanno nulla di contrastante con lo spirito dell’Islam. Anzi!

*Rached Ghannouchi è un intellettuale e uomo politico Tunisino, leader del movimento Ennahdha, dopo anni di esilio a Londra è da poco ritornato in Tunisa.

da Islamonline
originale: http://ethikos-net.blogspot.com/2011/02/lislam-i-musulmani-e-la-democrazia.html