Dal 17 settembre scorso migliaia di cittadini della classe media americana manifestano davanti a Wall Street, a New York. Malgrado i manifestanti si siano attenuti a comportamenti rigorosamente pacifici, la polizia ha compiuto centinaia di arresti. Qual è la natura di questa protesta? Quali i suoi obiettivi? Pubblichiamo qui sotto, intanto, due articoli che ben segnalano come questo movimento poco abbia a che fare con quelli anticapitalisti di tipo europeo. Torneremo su questa vicenda, traducendo il Manifesto dei promotori: «Declaration of the occupation of New York City».

99% contro 1%
di Felix Salmon*

«Ezra Klein ha scritto un grande post su Occupy Wall Street e il 99%:
Questi non sono sproloqui contro il sistema. Non sono manifesti anarchici. Non è gente che vuole fare la rivoluzione. Sono piccole storie di gente che ha giocato secondo le regole, ha fatto quello che veniva detto, e ora non ha nulla. O, peggio, ha decine di migliaia di debiti …

È per questo che sto prendendo sul serio Occupy Wall Street – o, forse più precisamente, il movimento di “Siamo il 99 per cento”. Ci sono un sacco di persone che al momento si trovano in situazioni particolarmente difficili. C’è un piccolo gruppo di persone che al momento sta particolarmente bene. Questo non mi sembra un equilibrio stabile …

Ciò che dà al loro movimento il potenziale di energia e di potenza sono le masse che vogliono soltanto che il sistema funzioni nel modo in cui è stato loro promesso che avrebbe funzionato. Non è che il 99 per cento degli Americani sono davvero in difficoltà. Non è che il 99 per cento degli Americani vuole una rivoluzione. E’ che il 99 per cento degli Americani sente che il patto fondamentale della nostra economia – lavorare duro, giocare secondo le regole, andare avanti – è stato rotto, e vogliono vederlo ripristinato.

Ezra fa il discorso perfettamente ragionevole che le storie qui non riguardano le persone dell’85° percentile, cioè la classe di reddito in cui si comincia a guadagnare più di 100.000 dollari l’anno. Ma anche se il 99% fosse in realtà il 60%, o il 50%, o addirittura il 40%, il nome è comunque adatto, se non altro perché la classe medio-alta ha poco da temere da questo movimento. L’obiettivo di Occupy Wall Street non sono i giornalisti del ceto medio con stipendi a sei cifre, come Ezra Klein: sono i plutocrati che gestiscono istituzioni come Goldman Sachs e JP Morgan Chase.

“Guardiamoci intorno,” dice Ezra, “e la realtà non è che tutti stanno male”:

Wall Street ha causato questo disastro, e il governo ha pagato i loro debiti e li ha aiutati a rastrellare profitti record negli ultimi anni. L’1 per cento al top incamera il 24 per cento del reddito nazionale e il 40 per cento della ricchezza. Ci sono un sacco di persone che non sembrano proprio fare quello che dovrebbero, ma pare che per loro tutto funzioni alla perfezione.

Questo spiega bene la rabbia che vedete in Occupy Wall Street. E se si guarda alla Declaration of the Occupation of New York City, è mirata a “loro” – e “loro” sono più o meno l’1%, non il gruppo comunque più ampio di persone che adesso non sta male.

Ezra chiede se la riduzione del potere politico dell’1% farebbe salire i salari per il resto di noi, ma questa non è un qualche tipo di organizzazione di marcia per il lavoro, che chiede più soldi o salari più alti. E’ solo un folto gruppo di cittadini preoccupati e responsabili che ritengono che il patto sociale sia stato rotto, e che lo vogliono vedere ripristinato. Essi possono vedere chi ha beneficiato di più da questo strappo, e si sono raccolti nella casa simbolo di quelle persone. E sembra funzionare, anche. La stampa ha iniziato a prenderli sul serio, e almeno un amministratore delegato di banca è “chiaramente preoccupato” per il movimento. Buona. La gente senza denaro ha visto la sua influenza politica declinare notevolmente negli ultimi decenni. E’ tempo che la tendenza si inverta».

* Fonte: Voci dall’estero

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Trovare il coraggio per cambiare
di Andrew Spannaus*

Dopo aver guardato qualche traccia video delle proteste pacifiche a New York, sotto la bandiera di “Occupy Wall Street”, ammetto che il mio primo istinto è di prendere l’aereo e andare a partecipare. Da quello che si è visto negli ultimi giorni almeno, le proteste crescono – non ci sono provocazioni tipo “black bloc” che in altre circostanze hanno snaturato il significato delle manifestazioni – e le autorità pubbliche reagiscono in modo incoerente arrestando dei giovani in modo dimostrativo anche in assenza di comportamenti illegali.

Considerando il fatto che la JP Morgan ha recentemente fatto una donazione di 4,6 milioni di dollari alla NYPD (New York Police Department), forse si può capire il perché di tanta ansia per fermare le proteste che rischiano di allargarsi a macchia d’olio nel momento in cui la disoccupazione, i tagli di bilancio e la povertà aumentano in continuazione.

Infatti, a prescindere dai dettagli delle manifestazioni, quello che è significativo è la crescita naturale di queste proteste, che ricordano quelle degli Indignados in Spagna, Grecia e numerosi altri paesi schiacciati dalla crisi finanziaria globale negli ultimi mesi. Da americano, non avevo dubbi che la popolazione avrebbe cominciato a ribellarsi; la questione rimane sempre quale forma prenderà una tale ribellione?

La giusta indignazione contro il rifiuto da parte del Governo e del Congresso di affrontare la crisi alla radice, con misure che riorganizzino il sistema per tornare alla crescita dell’economia reale, può prendere diverse forme. Abbiamo già visto la rabbia della popolazione nei comizi locali dei parlamentari, la nascita del Tea Party, le forti critiche dei leader neri allo stesso presidente Obama, e ora le proteste per strada.

Si spera che rimangano pacifiche, ma soprattutto occorre dare una risposta vera a queste istanze, non permettendo che i moti popolari vengano deviati a favore di cambiamenti finti o anche peggiorativi, come già sta avvenendo in alcuni casi. Se le istituzioni continueranno ad evitare di svolgere il loro dovere, parlando di rigore contabile e di asservirsi alla richieste dei “mercati”, peggiorando così ancora di molto il tenore di vita della popolazione, la situazione potrà sfuggire al controllo, come si è visto numerose volte nella storia.

Negli USA abbiamo fatto la Rivoluzione contro l’Impero britannico, portando alla creazione di una vera repubblica, pur con tutti i suoi problemi; a fine ‘700 in Francia, la protesta è andata diversamente, portando ad una dittatura e poi alla restaurazione dell’impero. Da americano in Italia mi chiedo quando i cittadini di questa nazione (sperando che si possa ancora chiamarla in questo modo) decideranno che “enough is enough”.

Le imposizioni delle istituzioni sovrannazionali non porteranno a niente di buono; basta vedere il tracollo della Grecia nell’ultimo anno, paese che ha accettato e attuato le ricette per il “risanamento” del FMI e della BCE. Non si tratta di andare a spaccare le vetrine e bruciare le automobili, azioni assolutamente inutili, naturalmente. Si tratta di non accettare le bugie, di esigere delle risposte vere, di creare una nuova leadership in grado di onorare la storia di questo Paese e il futuro dovuto ai suoi figli. Dalla Confindustria, ai liberalizzatori dell’opposizione, a molti esponenti della maggioranza, vediamo che da tutte le parti si invocano proprio quelle misure mercatiste che sono alla base della crisi stessa.

Non basteranno mai le “riforme strutturali” richieste dalla finanza, che mira solo a tenere in piedi il proprio sistema di potere, già in avanzata fase di crollo. I rappresentanti pubblici devono smettere di credere di salvare se stessi attaccandosi al Titanic guidato da Francoforte e Bruxelles (con gli armatori alla City di Londra e a Wall Street), e la popolazione deve costringerli a farlo, oppure sostituirli. In Italia si sta ancora bene, dicono molti, ma di questo passo non durerà a lungo, e ad un certo punto, quando ci si accorgerà che non si sta affatto bene, potrebbe essere troppo tardi.

2 ottobre 2011
* Fonte: Blog economy

Da Sollevazione