Il 20 ottobre scorso prendevano avvio ad Oslo i negoziati di pace tra le Farc-Ep e il governo  colombiano. Allo scopo di facilitare il dialogo le Farc-Ep hanno dichiarato un cessate il fuoco unilaterale di due mesi, dal 20 novembre al 20 gennaio 2013. Qui sotto il discorso pronunciato proprio ad Oslo, dal comandante guerrigliero Ivan Marquez.


Signore e signori
Amiche e amici della pace in Colombia
Compatrioti

Siamo venuti fino al parallelo 60, fino alla città di Oslo dal tropico remoto, dal Macondo dell’ingiustizia, il terzo paese più diseguale al mondo, con un sogno collettivo di pace, con un ramo di olivo in mano.

Veniamo in questa Norvegia del nord a cercare la pace con giustizia sociale per la Colombia, attraverso il dialogo; un dialogo in cui il sovrano, che è il popolo, dovrà essere il principale protagonista. Nel popolo riposa la forza irresistibile della pace. Questa non dipende da un accordo fra i portavoce delle parti concorrenti: spetta al popolo tracciare la via della soluzione politica e a lui stesso spetterà stabilire i meccanismi che rendano possibili le sue aspirazioni.

Questo percorso strategico non può essere concepito come un processo contro il tempo. L’illusoria pace lampo che alcuni promuovono, per la propria soggettività volatile o per le proprie smanie, porterebbe solamente al precipizio della frustrazione. Una pace che non includa la soluzione dei problemi economici, politici e sociali generati dal conflitto sarebbe una velleità ed equivarrebbe a seminare delle chimere sul suolo colombiano. Abbiamo bisogno di costruire la convivenza su basi solide, come gli inamovibili fiordi rocciosi di questa terra, perché la pace sia stabile e duratura.

Non siamo i guerrafondai che alcuni media hanno voluto dipingere, veniamo a questo tavolo con proposte e progetti per raggiungere la pace definitiva, una pace che implichi una profonda demilitarizzazione dello Stato e riforme socioeconomiche radicali che fondino democrazia, giustizia e libertà reali. Veniamo qui con il portato di una lotta storica per la pace, a cercare, gomito a gomito con il nostro popolo, la vittoria della soluzione politica alla guerra civile che distrugge la Colombia. Ciononostante la nostra determinazione ha la forza necessaria ad affrontare i guerrafondai che credono di poter piegare, con il fragore delle bombe e dei cannoni, la volontà di chi mantiene in alto le bandiere del cambiamento e della giustizia sociale.

Non si può legare questo processo a una politica che si concentri solamente sull’ottenimento violento di profitti per quei pochi capitalisti, ai quali non importa nulla la povertà che affligge il 70% della popolazione. Costoro pensano solamente all’incremento del proprio guadagno, non alla riduzione della miseria. Oltre 30 milioni di colombiani vivono nella povertà, 12 milioni sono indigenti e il 50% della popolazione economicamente attiva agonizza fra disoccupazione e occupazione precaria, quasi 6 milioni di contadini si ritrovano per strada, essendo stati cacciati dalle loro terre. Dei 114 milioni di ettari di terra del paese, 38 sono stati assegnati all’esplorazione petrolifera, 11 milioni alla miniera, dai 750 mila ettari per lo sfruttamento forestale si pianifica di passare a 12 milioni. L’allevamento intensivo occupa 39,2 milioni di ettari. L’area coltivabile ricopre 21,5 milioni di ettari, ma solamente 4,7 milioni sono dedicati all’agricoltura, cifra in calo perché il paese importa già 10mila tonnellate di alimenti l’anno. Oltre la metà del territorio colombiano è in funzione degli interessi di un’economia di enclave.

Nella nostra visione, mettere sul tavolo la questione dello sviluppo agricolo integrale come primo punto dell’accordo generale significa assumere l’analisi di uno degli aspetti centrali del conflitto. Il problema della terra è causa storica del conflitto di classe in Colombia. Per dirla con le parole del comandante Alfonso Cano “le FARC sono nate per resistere alla violenza oligarchica che utilizza sistematicamente il crimine politico per liquidare l’opposizione democratica e rivoluzionaria; anche come risposta contadina e popolare all’aggressione latifondista e dei grandi proprietari terrieri che ha macchiato di sangue le terre colombiane usurpando terre di contadini e coloni…”

Ciò che fu causa principale dell’insurrezione armata e di un’eroica resistenza contadina si è acuito nel corso del tempo. L’implacabile fame di terre dei latifondisti ha accentuato la squilibrata e ingiusta struttura della proprietà della terra. Il coefficiente GINI nella campagna raggiunge lo 0,89: spaventosa disuguaglianza! Gli stessi dati ufficiali riportano che le proprietà di oltre 500 ettari corrispondono allo 0,4% dei proprietari che controllano il 61,2% della superficie agricola. Si tratta di un’accumulazione per espropriazione; i dati più recenti parlano di 8 milioni di ettari strappati a sangue e fuoco mediante massacri paramilitari, fosse comuni, sparizioni ed esodi forzati, crimini contro l’umanità, accentuati durante gli 8 anni del governo Uribe, tutti componenti del terrorismo di Stato in Colombia.

Per le FARC, Esercito del Popolo, il concetto di TERRA è indissolubilmente legato al territorio; è un tutt’uno indivisibile che va oltre l’aspetto meramente agrario e tocca interessi strategici, vitali, di tutta la nazione. Per questo la lotta per il territorio sta al centro delle lotte che si danno oggi in Colombia. Parlare di terra significa per noi parlare del territorio come di una categoria che oltre al suolo e al sottosuolo comprende relazioni socio-storiche delle nostre comunità profondamente legate a un sentimento della patria che concepisce la terra come riparo e al senso del “buen vivir”. A questo proposito dovremmo interiorizzare la penetrante definizione del Libertador Simón Bolívar di che cosa è la patria, il nostro suolo, il nostro territorio: “Innanzitutto il suolo nativo che (ci dice) ha dato forma con i suoi elementi al nostro essere; la nostra vita non è altro che l’essenza del nostro stesso paese; lì si trovano i testimoni della nostra nascita, i creatori della nostra esistenza e coloro che hanno dato l’anima per la nostra educazione; i sepolcri dei nostri padri giacciono lì e ci chiedono sicurezza e riposo; tutto ci ricorda un dovere, tutto ci riporta a sentimenti dolci e memorie deliziose; quello fu il teatro della nostra innocenza, dei nostri primi amori, delle nostre prime sensazioni e di ciò che ci ha formato come persone. Che titoli possono esserci di più sacri dell’amore e la consacrazione?”

Partiamo da questa visione per allertare tutta la Colombia: la titolazione delle terre, così come l’ha progettata l’attuale governo, é una trappola; rappresenta una sorta di espropriazione legale attraverso cui si vuole fare in modo che all’agricoltore, una volta in possesso del titolo di proprietà, non resti altra via che quella di vendere o affittare alle multinazionali e agli agglomerati finanziari, ai quali interessa solamente il saccheggio sfrenato delle risorse minerarie-energetiche del sottosuolo.

Nel segno di questa strategia rientra l’utilizzo del suolo per estendere gli sfruttamenti forestali e le immense piantagioni, non per risolvere il grave problema alimentare di cui soffre la nostra popolazione, ma per produrre agro-combustibile per le nostre automobili. Nel migliore dei casi alla gente delle zone rurali rimarrà una rendita miserabile, lontano dalle loro terre e confinati nei recinti della miseria delle grandi città. Dopo 20 o 30 anni di contratto nessuno si ricorderà del vero padrone della terra. Lo assicuriamo senza alcun dubbio: la finanziarizzazione della terra derivata dalla titolazione finirà col rubare la terra all’agricoltore. Ci stanno spingendo alla vendita della terra a potenze straniere e al disastro ambientale, fomentando brutalmente lo sfruttamento minerario-energetico e forestale. La natura come fonte d’informazione genetica non può essere trasformata in bottino delle multinazionali. Ci opponiamo all’invasione delle sementi transgeniche, alla privatizzazione e distruzione della nostra biodiversità e alla pretesa di fare dei nostri agricoltori dei componenti dell’ingranaggio del commercio agroalimentare e delle sue catene agroindustriali. In gioco sono la sovranità e la stessa vita.

In questi termini la titolazione non é altro che la legalità che pretende lavare le mani insanguinate dagli espropri praticati per decenni dal terrorismo di Stato. Per una multinazionale é più presentabile dire “ho un titolo minerario”, piuttosto che essere accusata di aver finanziato gruppi paramilitari e confinato una popolazione per permettere il suo progetto estrattivo. All’interno di questa dinamica in Colombia il regime assassina non solo con i suoi piani di guerra, con i suoi paramilitari e sicari, ma anche con le sue politiche economiche che uccidono con la fame. Oggi siamo venuti a smascherare l’assassinio metafisico rappresentato dal mercato, a denunciare la criminalità del capitale finanziario, a mettere il neoliberismo sul banco degli imputati, come carnefice e come fabbricante di morte.

Non inganniamoci: la politica agricola del regime é ritardataria e fraudolenta. La verità pura e semplice, come dice il Libertador Simón Bolívar, é il miglior metodo di persuasione. La menzogna porta solamente all’inasprimento del conflitto. Il fine ultimo di tali politiche, che corrodono la sovranità e il beneficio comune, é dare sicurezza giuridica degli azionisti, liberalizzare il mercato delle terre e aprire il territorio alla speculazione finanziaria e ai mercati del futuro. Indipendentemente dal fatto che esista o meno l’insurrezione armata questa politica moltiplicherà i conflitti e la violenza.

Accumulazione per espropriazione e nuova spazialità capitalista, questa é la formula del progetto politico-economico delle élite neoliberali che stanno facendo sanguinare la patria dalla testa ai piedi.

Ed é a tutto questo che noi resistiamo. Le FARC non si oppongono a una vera restituzione e titolazione delle terre. Per anni abbiamo lottato, come popolo armato, per una riforma agraria efficace e trasparente, e precisamente per questo non si può permettere che si intensifichi l’espropriazione legale che il governo prospetta con la sua legge della terra. Attraverso la violenza del Plan Colombia e il progetto militare si é preparato il territorio per l’assalto delle multinazionali. La legge generale agraria e di sviluppo rurale é essenzialmente un progetto di riassetto territoriale concepito per aprire il campo all’economia estrattiva contro l’economia contadina, a scapito della sovranità alimentare e del mercato interno, sovrapponendo la mappa delle risorse minerarie-energetiche allo spazio agricolo. Non si tiene neppure in conto una agro-ecologia che permetta un’interazione sostenibile con la natura.

D’altra parte la restituzione delle terre deve riferirsi alle terre che sono state confiscate con la violenza ai contadini, indigeni e afro-discendenti e non a terreni incolti lontani dai loro luoghi originari, anch’essi braccati oggi dalle multinazionali. Ma questo è un problema che riguarda tutto il popolo colombiano e che di fatto sta cospargendo tutto il territorio di conflitti. C’é una non conformità profonda del paese nazionale con la mafia finanziaria che si sta appropriando della Orinoquía. Ora sono apparsi nuovi llaneros[1] che di llaneros non hanno nulla, come i magnate Sarmiento Angulo e Julio Mario Santodomingo (figlio), i proprietari terrieri Eder del Valle del Cauca, il signor Efromovich, l’ex vicepresidente Francisco Santos (gestore del Bloque Capital paramilitare), i figli di Uribe Vélez, fra altri filibustieri, che non hanno alcun diritto su queste terre e vogliono solamente affondare i propri artigli sul petrolio, l’oro, il coltán, il litio, sfruttare grandi progetti agroindustriali e la biodiversità dei territori. Affrontare la questione agraria significa discutere con il paese di queste problematiche. Che parlino i veri llaneros, quelli dalla pelle tostata dal sole dei banchi di sabbia; quelli che per secoli hanno convissuto in armonia con i morichales e il volo delle garze e degli alcaravanes?; quelli dai piedi scalzi che con la loro leggendaria bravura impugnarono le lance per darci la libertà.

La parola va al popolo: nel popolo c’è la patriottica resistenza dei lavoratori petroliferi contro la canadese Pacific-Rubiales a Puerto Gaitán, il cui scenario di saccheggio fu preparato con il sangue dai paramilitari di Víctor Carranza. Ogni giorno il vampiro multinazionale si porta a casa oltre 250 mila barili di petrolio, mentre succhia sangue a oltre 12.500 lavoratori terziarizzati che come schiavi devono lavorare 16 ore al giorno per 21 giorni di seguito, con una settimana di riposo. La loro situazione lavorativa è più atroce di quella degli schiavi raccoglitori di banane degli anni ’20.

Lì c’è la resistenza degli abitanti del Quimbo, dove il governo pretende di cacciare a pedate la gente che vi ha vissuto per più di un secolo, distruggendo così le loro traiettorie culturali, di vita, il loro contesto ambientale. Lasciamo forse che si ferisca a morte il fiume della patria, il Río Grande de la Magdalena, solo perché venga costruita una centralina che produrrà energia per l’esportazione e non per risolvere la domanda interna di milioni di colombiani che non hanno accesso all’energia elettrica? Per il governo viene prima la rendita della multinazionale EMGESA della sorte delle famiglie che saranno sradicate dalle loro terre.

Lì c’è la resistenza degli abitanti di Marmato (Caldas), gente umile che ha sempre vissuto dello sfruttamento artigianale dell’oro e che ora la multinazionale MEDORO RESOURCES vuole cancellare dalla mappa per trasformare quel villaggio nella miniera di oro a cielo aperto più grande del continente. Ricordiamo che perfino la chiesa colombiana ha accompagnato questa lotta giusta in cui il sacerdote José Idárraga, lider del Comité Cívico Pro defensa de Marmato, fu crivellato di colpi dagli sbirri delle multinazionali.

Lì c’è la formidabile resistenza indigena e contadina del Cauca in difesa del loro territorio e delle loro culture ancestrali, e quella dei loro fratelli afrocolombiani, guardiani patriottici della sovranità del popolo sul Pacifico e sulla nostra selva.

Le caste dominanti continuano a distruggere il Páramo de Santurbán, una ricchezza di biodiversità e di acque che saziano la sete di città importanti come Bucaramanga e Cúcuta. Per la cupidigia dell’oro si pretende di distruggere l’alta montagna e la purezza delle acque del fiume Suratá. La dignità dei figli di José Antonio Galán, il comunero, ha mobilitato la resistenza, riuscendo persino a unificare il popolo con le imprese locali che hanno cominciato a capire che questa è una lotta di tutta la Colombia.

Come possiamo permettere che per compiacere la voracità di oro della multinazionale ANGLO GOLD ASHANTI le si consegni il 5% del nostro territorio? Il progetto estrattivista di questa multinazionale in La Colosa (Cajamarca) lascerà una grande devastazione ecologica e priverà di acqua 4 milioni di colombiani che dipendono da quelle fonti idriche.

La locomotrice mineraria è come un demonio di distruzione socio-ambientale che, se il popolo non arresta, in meno di un decennio trasformerà la Colombia in un paese invivibile. Fermiamo ora le locomotrici fisiche del Cerrejón e della Drummond che per 24 ore al giorno saccheggiano il nostro carbone, sprigionano polveri inquinanti al passaggio dei loro interminabili vagoni, lasciandoci, come dice il millantato cantautore Hernando Marín, solo voragini e miseria. Fermiamo le BHP BILLITON, XSTRATA e l’ANGLO AMERICAN che, per estrarre 600 milioni di tonnellate di carbone che giacciono sotto il letto del fiume Ranchería pretendono di modificare il suo corso, producendo la diminuzione del 40% del flusso delle sue acque e generando così devastazione ambientale e l’irreparabile distruzione del tessuto sociale dei popoli Wayúu.

Questo governo è troppo vigliacco per difendere la sovranità di fronte alla multinazionale BHP BILLITON, che saccheggia indiscriminatamente il ferro-nichel di Cerro Matoso (Córdoba) e che continua ad incassare dal paese/a tassare il paese minandone la sovranità, il benessere sociale e l’ambiente.

Bisogna porre fine alla mostruosità dei contratti di 20 e 30 anni che privilegiano i diritti del capitale a discapito dell’interesse comune.

E chiaramente, si sentono i portavoce del governo e le oligarchie che proclamano la crescita della economia nazionale e delle sue esportazioni. Però no, in Colombia non c’è economia nazionale. A esportare il petrolio, il carbone, il ferroníquel, l’oro, traendone beneficio, sono le multinazionali. La prosperità è dunque di esse e dei governi venduti, non del paese.

Questo non è uno spazio per risolvere i problemi particolari dei guerriglieri, ma i problemi della società nel suo complesso; e, dato che uno dei fattori che ha un maggiore impatto negativo sulla popolazione è la sottoscrizione dei Trattati di Libero Commercio, questo è un tema che dovrà essere per forza di cose affrontato.  Povera Colombia, costretta a competere con le multinazionali con un’infrastruttura distrutta dalla corruzione e dalla negligenza.

Quindi, la pace… Sì. Vogliamo sinceramente la pace e ci identifichiamo con il fragore maggioritario della nazione per trovare una fuoriuscita negoziata dal conflitto, aprendo spazi per la piena partecipazione cittadina ai dibattiti e alle decisioni.

Però la pace non significa il silenzio dei fucili, ma riguarda la trasformazione della struttura dello Stato e il cambiamento delle forme politiche, economiche e militari. Sì, la pace non è una mera smobilitazione. Ha detto il comandante Alfonso Cano: “Smobilitazione è sinonimo d’inerzia, di consegna codarda, è resa e tradimento della causa popolare e dell’ideologia rivoluzionaria che coltiviamo e lottiamo per le trasformazioni sociali, è una mancanza di dignità che porta implicitamente un messaggio di sconforto al popolo che confida nel nostro impegno e nella proposta bolivariana”.

Dovremo necessariamente affrontare le cause che hanno generato il conflitto e sanare, per prima cosa, il cancro dell’istituzionalità. Chiaramente, dal punto di vista strettamente economico, per una multinazionale è più facile saccheggiare le risorse naturali del paese senza la resistenza popolare e guerrigliera. Fondandoci su basilari esercizi di matematica, possiamo affermare che la guerra è insostenibile per lo Stato, per le seguenti considerazioni:

Le spese militari in Colombia sono tra le più alte al mondo in proporzione al suo prodotto interno lordo. Oggi raggiungono il 6,4%, mentre vent’anni fa erano nell’ordine del 2,4%; vale a dire, si sono triplicate, e ciò è rilevante. Le spese militari oscillano attualmente tra i 23 e i 27 miliardi di pesos all’anno, senza considerare che la Colombia è il terzo ricettore di “aiuti” militari statunitensi al mondo e che, per conto del Plan Colombia, riceve un finanziamento equivalente a 700 milioni di dollari l’anno.

In Colombia c’è un regime giuridico che procede insieme alla protezione militare degli investimenti. Dei 330.000 membri effettivi delle Forze Militari, 90 mila soldati sono utilizzati per proteggere l’infrastruttura e i profitti delle multinazionali. La spesa enorme che ciò rappresenta, aggiungendo il costo della tecnologia impiegata, pone in evidenza i limiti della sostenibilità della guerra. Facciamo un appello sincero ai soldati della Colombia, agli ufficiali e ai sottoufficiali, e anche agli alti comandanti che sentono nel loro petto il pulsare della patria, a recuperare il decoro e l’eredità dell’ideologia bolivariana, che raccomanda ai militari di impiegare la loro spada in difesa della sovranità e delle garanzie sociali. Che bello sarebbe essere protagonisti del sorgimento di nuove Forze Armate. Non più sottomissione a Washington, non più subordinazione al Comando Sur e non più compiacenza con l’espansione delle basi militari straniere sul nostro territorio.

Questa è la fiamma che arde nel nostro cuore; per questo non possono che costituire un’offesa, i cosiddetti strumenti giuridici di giustizia transnazionale che mirano a trasformare le vittime in carnefici. Si tenga presente che la ribellione armata contro l’oppressione è un diritto universale di tutti i popoli del mondo che è stato consacrato nel preambolo della dichiarazione dei diritti umani approvata dall’ONU nel 1948 e che è inoltre un diritto riportato in molte costituzioni delle nazioni del mondo. Non siamo la causa ma la risposta alla violenza dello Stato, che è colui che deve sottomettersi alla giustizia, affinché risponda delle sue atrocità e dei crimini di lesa umanità, come dei 300 mila morti della cosiddetta epoca della violenza negli anni ’50, affinché risponda dei 5 mila militanti e dirigenti della Unión Patriótica assassinati dal paramilitarismo come strategia controinsorgente dello Stato, dell’allontanamento forzato di circa 6 milioni di contadini, dei più di 50 mila casi di sparizione forzata, dei massacri, delle torture, degli abusi di potere costituiti dalle detenzioni di massa, della drammatica crisi sociale e umanitaria; in sintesi: che risponda del terrorismo di Stato. A dover confessare la verità e risarcire le vittime sono i suoi carnefici, trincerati all’interno di un’istituzionalità illegittima.

Siamo una forza belligerante, un’organizzazione politica rivoluzionaria con un progetto di paese illustrato nella Plataforma Bolivariana por la Nueva Colombia, spinti dalla convinzione che il nostro porto è la pace, però non la pace dei vinti, ma la pace con giustizia sociale.

L’insorgenza armata motivata da una lotta giusta non potrà essere sconfitta né con le bombe, né con le tecnologie, né tantomeno con i piani, per quanto varie e sonore possano essere le loro definizioni. La guerra delle guerriglie mobili è una tecnica invincibile. Si sbagliano coloro che, ubriachi di trionfalismo, parlano della fine della guerriglia, di punti di inflessione e di sconfitte strategiche; e confondono la nostra disponibilità al dialogo per la pace con un’inesistente manifestazione di debolezza. Ci hanno colpito e abbiamo colpito, sì. Pero possiamo dire con il cantastorie spagnolo: “per fortuna vi vantate perché le vostre armi sono lucidate; al contrario guarda le mie, che deteriorate che sono, perché feriscono e sono state ferite”. Sono le vicissitudini della guerra. Il Plan Patriota del Comando Sur degli Stati Uniti è stato sconfitto e oggi il fronteggiamento bellico si estende intensamente per tutto il territorio nazionale. E, ciò nonostante, palpita in noi un sentimento di pace fondato sulla convinzione che la vittoria sarà sempre nelle mani della volontà e della mobilitazione del nostro popolo. “Questo è un messaggio di decisione, ha detto poco fa Alfonso Cano: qui nelle FARC nessuno è avvilito, siamo assolutamente pieni di morale, di morale di combattimento!”

Presidente Santos, fondiamo la pace partendo dalle aspirazioni della nazione.

Facciamo appello a tutti i settori sociali del paese, all’ Ejército de Liberación Nacional, ELN, agli organi dirigenti dei partiti politici, ai  Colombianas y Colombianos por la Paz, un’organizzazione che, guidata da Piedad Córdoba, ha lavorato smisuratamente per aprire questo cammino, alla  Conferencia Episcopal e alle chiese, alla Mesa Amplia Nacional Estudiantil (MANE), alla Coordinadora de Movimientos Sociales de Colombia (COMOSOCOL), ai promotori dell’Encuentro por la Paz de Barranca, agli indigeni, agli afro-discendenti, ai contadini, alle organizzazioni dei desplazados, all’ACVC, alla Asociación Nacional de Zonas de Reserva Campesina (ANZORC), ai sindacati operai, alle donne, al movimento giovanile colombiano, alla popolazione LGTBI, agli accademici, agli artisti e ai cultori, a chi fa comunicazione alternativa, al popolo in generale e ai migranti e agli esiliati, alla  Marcha Patriótica, al Polo Democrático, al Congreso de los Pueblos, al Partido Comunista, al MOIR, a la Minga Indígena, agli amanti della pace nel mondo perché riempiano di speranza questo tentativo di soluzione diplomatica del conflitto.

Simón Trinidad ha già manifestato dal carcere imperiale di Florence (Colorado), dove è ingiustamente condannato a 60 anni di reclusione, la sua totale disponibilità a partecipare ai dialoghi per la pace della Colombia. Con un atto sensato, il governo colombiano ha detto che lui ha tutto il diritto di far parte della delegazione delle FARC al tavolo di dialogo e il Consiglio Superiore della Magistratura ha offerto la tecnologia e la logistica affinché ciò sia possibile. Il governo degli Stati Uniti darebbe un grande apporto alla riconciliazione della famiglia colombiana se rendesse possibile la partecipazione di Simón, presente in carne e ossa a questo tavolo.

Infine vogliamo esprimere la nostra eterna gratitudine ai governi e ai popoli della Norvegia, di Cuba, del Venezuela e del Cile che hanno unito i loro sforzi dalla Scandinavia, dal Caribe, dalla culla di Simón Bolívar e dall’indomito Arauco di Neruda e Allende affinché tutto il mondo possa contemplare il prodigio della nuova aurora boreale della pace. Evidenziamo anche il contributo del CICR come garante dello spostamento dei portavoce delle FARC dalle agresti regioni colombiane a ferro e fuoco. Rendiamo omaggio ai nostri caduti, ai nostri prigionieri di guerra, ai nostri invalidi, all’abnegazione delle Milicias Bolivarianas, al Partido Comunista Clandestino e al Movimiento Bolivariano por la Nueva Colombia e infine, insieme ad essi, al popolo fedele che nutre e accompagna la nostra lotta.

Non cominciamo la discussione non ancora avviata collocando minacce come spade di Damocle sopra l’esistenza di questo tavolo. Sottoponiamo le ragioni di ciascuna parte contendente al verdetto della nazione, alla vigilanza cittadina. Non permettiamo che i manipolatori dell’opinione sviino il corso di questa causa necessaria che è la riconciliazione e la pace dei colombiani in condizioni di giustizia e dignità. La grande stampa non può continuare ad agire come un giudice iniquo di fronte al conflitto, poiché, come diceva Cicerone, “un giudice iniquo è peggiore di un esecutore”. Dagli sforzi di tutti e dalla solidarietà del mondo dipende il destino della Colombia. Che l’operazione per la pace di Jorge Eliécer Gaitán illumini il nostro cammino: “Beati coloro che comprendono che le parole di concordia e di pace non devono servire per occultare sentimenti di rancore e di sterminio. Maledetti coloro che nel governo occultano, tra la bontà delle parole, l’insensibilità per gli uomini del popolo, perché essi saranno segnati con il dito del disonore nelle pagine della storia!

Diamo il benvenuto a questo nuovo percorso per la pace con giustizia sociale. Tutti per la soluzione incruenta del conflitto colombiano.

Viva la Colombia/ Viva Manuel Marulanda Vélez/ Viva la pace!
Secretariado del Estado Mayor Central de las FARC-EP

[1]  Il termine si riferisce agli abitanti oriunde dei Llanos, terre di notevole estensione a nord del fiume Orinoco.

da http://www.uninomade.org/discorso-comandante-farc-ep/