Abbiamo un obbligo antimperialista verso il popolo haitiano

Siamo giunti al 10° anniversario del colpo di stato ad Haiti del 29 febbraio 2004, orchestrato dall’imperialismo [2] contro la classe lavoratrice e il governo democraticamente eletto del presidente Jean-Bertrand Aristide (foto).

Secondo il giornalista e scrittore Yves Engler, tra il 31 gennaio e l’1 febbraio 2003, il governo liberale di Jean Chrétien organizzò la “Iniziativa di Ottawa su Haiti” per discutere del futuro del paese. Nessun haitiano era stato invitato a quest’incontro dove alti funzionari statunitensi, canadesi e francesi decidevano che il presidente eletto di Haiti “se ne doveva andare”, che si sarebbe dovuto riorganizzare il temuto esercito ponendo il paese sotto amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite, in stile Kosovo [3].

Poco più di un anno dopo questo fondamentale incontro in Canada fra i tre stati occidentali, il governo democratico di Haiti fu rovesciato: il presidente Aristide rapito ed esiliato nella Repubblica Centrafricana, i sostenitori del suo partito, Fanmi Lavalas (FL), furono uccisi a centinaia ed ebbe inizio l’immediata occupazione di Haiti da parte di 2.000 soldati occidentali (più tardi sostituiti dall’intervento militare delle Nazioni Unite) e la repressione contro le organizzazioni di base, furono riempite le carceri con prigionieri politici e abbandonati gli investimenti del governo FL in materia di istruzione, lavoro, sanità, servizi pubblici e gli impegni per un aumento del salario minimo [4].

L’assalto anti-democratico alla classe lavoratrice di Haiti ha portato alla messa al bando del partito Fanmi Lavalas come strumento elettorale del popolo e alla cooptazione, da parte delle forze d’elite, degli elementi opportunisti interni a questa organizzazione politica [5]. Charlie Hinton, coordinatore per l’Haiti Action Committee, ha documentato i diversi modi in cui l’attuale regime di Michel Martelly sta avanzando lungo un percorso indirizzato verso la dittatura [6]. Le persone di buona coscienza in tutto il mondo, in particolare delle Americhe, dovrebbero sviluppare o rafforzare i loro legami di solidarietà con le organizzazioni popolari della classe operaia e dei contadini haitiani.

E’ solo attraverso questa solidarietà fra popoli, basata sul rispetto reciproco e la leale collaborazione, che Haiti riuscirà a liberarsi delle forze di occupazione delle Nazioni Unite (MINUSTAH) [7], a costringere la Francia a rimborsare il riscatto di 90 milioni di franchi oro (oltre 23 miliardi dollari attuali) sottratto ad Haiti come prezzo per il riconoscimento diplomatico e la libertà dalla minaccia di una ri-schiavizzazione [8], a far terminare il ciclo di interventi militari occidentali, colpi di stato e/o il sostegno ai regimi anti-democratici e anti-popolari [9], a porre fine allo sfruttamento del popolo da parte della elite locale e del capitale straniero [10]. Sulla base del contributo fornito all’umanità, Haiti dovrebbe avere un posto speciale nei programmi internazionalisti delle forze progressiste di tutto il mondo.

Gli schiavi africani ad Haiti furono gli unici nella storia a rovesciare con successo un sistema schiavista. Sconfissero le forze militari più forti dell’epoca, quelle di Francia, Gran Bretagna e Spagna, per liberarsi dal regime di lavoro servile e affermare coraggiosamente la propria libertà e umanità [11]. Questa storica impresa, la Rivoluzione haitiana, fu significativa al di là della vittoria riportata dagli schiavi africani utilizzando la lotta armata per ottenere, dal basso, la propria emancipazione. I giacobini neri [12] seminarono la paura della rivoluzione nei cuori e nelle menti degli schiavisti o dei capitalisti agrari negli altri territori possessori di schiavi delle Americhe.

La Dichiarazione d’indipendenza americana e la Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino sono salutati come testi fondamentali che affermano diritti umani universali e inalienabili, ma le rivoluzioni legate a questi due documenti furono accomodanti sul mantenimento della schiavitù, sulla permanenza di uno status quo di assenza di libertà [13]. E’ stata la Rivoluzione haitiana, attraverso la sua Costituzione del giugno 1801, a dichiarare inequivocabilmente la libertà universale dalla schiavitù. L’articolo 3, recita: “Non possono esistere schiavi su questo territorio, la servitù è abolita per sempre. Tutti gli uomini nascono, vivono e muoiono liberi e francesi” [14]. In sostanza, è stato Calibano, in uno scambio di ruoli, ad introdurre Prospero alla virtù o alla pratica della libertà universale, pagando per questo importante risultato un tributo di sangue [riferimento alla commedia di Shakespeare, “La tempesta”, in cui Calibano è lo schiavo selvaggio e deforme di Prospero, ndt].

Le celebrate Rivoluzioni francese e americana, consentendo la semplificazione della libertà attraverso l’istituzione della schiavitù, erano provinciali e ipocrite. La Rivoluzione haitiana invece ha chiarito al mondo che gli schiavi o i colonizzati avevano la capacità di forgiare il cammino verso la libertà attraverso il loro sforzo collettivo contro difficoltà apparentemente insormontabili. Alla fine della Rivolta per l’emancipazione in Giamaica nel 1831-1832, le autorità britanniche erano così spaventate dalla possibilità di un’altra Haiti, e della sua “libertà dal basso”, che promulgarono una legge abolizionista nel 1833 (entrata in vigore nel 1834) ratificando così una “emancipazione dall’alto”.

Il ruolo di Haiti nelle guerre di Simon Bolivar per l’indipendenza in America Latina non è molto conosciuto. Nello spirito del principio di solidarietà internazionale, nel 1815 Haiti diede rifugio a Bolivar e al suo compagno Francisco de Miranda, fornendo loro un aiuto materiale sotto forma di imbarcazioni, macchine da stampa, combattenti e armi per diverse migliaia di soldati [15]. La sola condizione che Haiti poneva per il suo contributo era l’impegno di Bolivar ad abolire la schiavitù, che egli però non attuò in modo così energico e rapido. Haiti voleva solo essere all’altezza degli ideali di libertà universale dalla schiavitù e dalla dominazione coloniale. Questo paese era lì, materialmente e moralmente, durante un passaggio cruciale della lotta dell’America Latina per l’autodeterminazione. E’ piuttosto istruttivo e ironico vedere oggi le forze militari latino-americane di stanza ad Haiti, come esercito di occupazione sotto la bandiera delle Nazioni Unite.

Il lascito di Haiti in quanto elemento di sfida e denuncia della natura farsesca della rappresentazione razzistica degli africani come sub-umani, l’aver sconfitto i migliori eserciti europei del tempo, l’aver ripreso possesso della propria libertà contribuendo alla liberazione dell’America Latina e minando la sopravvivenza della schiavitù, ha probabilmente fatto guadagnare al paese il poco invidiabile status economico e politico che attualmente detiene nella regione [16].

Credo che Wordsworth avesse ragione nel dichiarare all’ingannato e caduto Toussaint (e per estensione ad Haiti): “tu hai grandi amici alleati / tue amiche sono le esultanze, le agonie, / E l’amore, e la mente invincibile dell’uomo”. Il nostro debito antimperialista verso Haiti e il suo popolo per il loro contributo alla libertà universale richiede sostegno politico, morale e materiale nella lotta contro i nemici comuni dell’emancipazione sociale e della giustizia. La nostra sensibilità e politica internazionalista dovrebbero essere improntate all’appello di Martin Luther King, secondo cui: “L’ingiustizia ovunque si verifichi è minaccia alla giustizia. Siamo presi in una inesorabile rete di mutualità, stretti in un unico destino. Qualunque cosa colpisca uno direttamente, colpisce tutti indirettamente” [17].

Possiamo dimostrare il nostro impegno di solidarietà internazionale (internazionalista) con il popolo di Haiti nel modo seguente:

Formare o partecipare a un’organizzazione dedicata al lavoro di solidarietà internazionalista con Haiti. Questo tipo di formazione è necessaria per realizzare una coerente e sistematica opera di educazione pubblica, una mobilitazione e organizzazione a sostegno della lotta delle classe lavoratrice haitiana.

Mobilitare ed educare per passare ad una risoluzione o una politica di solidarietà internazionalista con il popolo di Haiti. Mobilitare, educare e organizzare i membri nei vostri sindacati, organizzazioni studentesche, organizzazioni comunitarie, associazioni universitarie, organizzazioni religiose progressiste e altri gruppi della società civile a sostegno di una risoluzione che indichi le azioni e i programmi da applicare perché si materializzi la solidarietà fra popoli con le organizzazioni popolari di Haiti.

Queste organizzazioni haitiane sono degne di tale sostegno: Défenseurs des opprimés (Difensori degli oppressi), un’organizzazione per i diritti umani; Tèt Kole Ti Peyizan Ayisyen (Piccoli contadini uniti nel lavoro), la più grande organizzazione dei piccoli agricoltori di Haiti; Batay Ouvriye, una delle organizzazioni sindacali più importanti; Ayti Kale Je (Osservatore popolare di Haiti), giornalismo investigativo; SOPUDEP (Società di soccorso per lo sviluppo economico di Pétion-Ville), educazione e sviluppo comunitario; e Bri Kouri Nouvèl Gaye, giornalismo investigativo.

Accrescere la coscienza sul 10° anniversario del colpo di stato del 2004. Organizzare gruppi di studio, cicli di documentari, conferenze, incontri, manifestazioni, presidi informativi, fare interviste radiofoniche e televisive e/o scrivere articoli per sensibilizzare sul colpo di stato del 29 febbraio 2004 ad Haiti e sul ruolo svolto dagli attori imperialisti come il Canada, gli Stati Uniti, il Fondo monetario internazionale, la Banca interamericana di sviluppo, le organizzazioni non governative, le elite locali e l’Agenzia canadese per lo sviluppo internazionale, nel rovesciare il governo filo-popolare del presidente Jean-Bertrand Aristide. L’obiettivo primario della commemorazione di questo 10° anniversario consiste nel motivare individui e gruppi a partecipare ai progetti di solidarietà o alle azioni in sostegno della lotta ad Haiti.

Sostenere la causa del Bureau des Avocats Internationaux e dell’Istituto per la giustizia e la democrazia ad Haiti impegnati a dimostrare la responsabilità delle Nazioni Unite per l’introduzione del colera ad Haiti. L’epidemia di colera del 2010 ha provocato oltre 8.300 morti e infettato circa 650.000 haitiani. Si possono informare le persone della propria comunità o le organizzazioni della società civile riguardo l’azione delle Nazioni Unite, si possono sostenere o sviluppare campagne dirette ad ottenere che questo organismo internazionale si assuma la responsabilità giuridica e morale per l’azione devastante delle sue forze di occupazione.

Mobilitarsi e organizzarsi per porre fine all’occupazione delle Nazioni Unite. Creare o contribuire a una vasta campagna di forze progressiste nella propria comunità, paese o regione allo scopo di assicurare il ritiro delle forze di occupazione delle Nazioni Unite, composte da oltre 8.000 fra soldati e personale in uniforme. Haiti non sta sperimentando una guerra civile e non ci sono parti in guerra che giustifichino tale presenza militare. Sostenere delle iniziative negli stati che hanno truppe o personale di polizia ad Haiti per costruire un sostegno al ritiro dei rispettivi contingenti.

Contribuire alla lotta contro il neoliberismo. Le vostre organizzazioni devono sostenere i sindacati di Haiti, le organizzazioni contadine e gli altri gruppi della società civile progressista che combattono le politiche capitaliste neoliberiste ad Haiti. Esse hanno devastato l’industria haitiana del riso e inondato il paese con prodotti agricoli fortemente sovvenzionati dall’estero. In conseguenza delle politiche economiche neoliberali imposte ad Haiti, il paese ha una delle economie più aperte nelle Americhe. Per quelli di noi che stanno nei paesi del Nord globale, la lotta contro le politiche capitaliste neoliberiste iniziano dove vivono e lavorano.

Sono pienamente d’accordo con la seguente affermazione dell’attivista per la solidarietà internazionale Kali Akuno: “Riunire le forze per sostenere la resistenza del popolo haitiano, unirsi ad esso in una lotta comune contro l’imperialismo, ci apparirà come un nuovo spirito di sfida e una forza da non sottovalutare” [18]. Opporsi alle politiche anti-operaie in casa propria è una parte del lavoro di solidarietà globale per la loro delegittimazione e per un approccio alternativo allo sviluppo economico e sociale umano.

Mobilitarsi contro ogni tentativo di impedire la partecipazione di Fanmi Lavalas alla prossima tornata elettorale. Le forze politiche ed economiche conservatrici hanno cospirato per escludere questo movimento dalla partecipazione alle recenti elezioni a causa del suo forte sostegno popolare. Fanmi Lavalas era l’organizzazione politica usata dal presidente Jean-Bertrand Aristide per conquistare la presidenza in due occasioni (entrambe le volte destituito da un colpo di stato). Può vantare la serie di programmi economici, sociali e infrastrutturali di cui hanno beneficiato i contadini e la classe operaia durante le amministrazioni Aristide [19].

Indipendentemente da cosa pensiamo delle elezioni, se a un’organizzazione progressista e popolare haitiana è volutamente e subdolamente impedito di partecipare o che a Fanmi Lavalas sia concesso di essere rappresentativa di ampi settori di haitiani [20], come alleati dobbiamo sostenere gli obiettivi di autodeterminazione del popolo.

L’abolizionista, ex schiavo africano, femminista e statista Frederick Douglass disse questo sul ruolo di Haiti nel promuovere “la libertà umana universale” e serve come promemoria del nostro debito di gratitudine e l’obbligo verso il suo popolo: “Su Haiti posso fare un passo in più. Ne posso parlare non solo con parole di ammirazione, ma anche di gratitudine. Ha grandiosamente servito la causa della libertà umana universale. Non dobbiamo dimenticare che la libertà di cui godiamo voi ed io oggi, che la libertà che ottocentomila persone di colore godono nelle Indie Occidentali Britanniche, la libertà che è giunta alla razza di colore in tutto il mondo, è in gran parte dovuta alla coraggiosa posizione assunta dai figli [e figlie] neri di Haiti 90 anni fa. Quando infersero i loro colpi per ottenere la libertà, essi costruirono più di quanto supponessero. Le spade non erano state forgiate, e non potevano esserlo, solo per se stessi. Erano collegati e intrecciati con la loro razza e afferrando la loro libertà, hanno colto la libertà per ogni uomo [e donna] nero nel mondo [21].

* Ajamu Nangwaya, ricercatore e attivista del Toronto Haiti Action Committee e del Network for Pan-Afrikan Solidarity.

Note

[1] Quoted in Brian Hickey, “Wordsworth Sonnet: “To Toussaint L’Ouverture”, 38, Retrieved from http://users.unimi.it/caribana/essays/caribana_2/HICKEY.pdf

[2] Richard Sanders, “A very Canadian Coup d’état in Haiti: The Top 10 Ways that Canada’s Government Helped the 2004 Coup and its Reign of Terror”, The CCPA Monitor April 2010, Retrieved from http://coat.ncf.ca/Haiti/Canada_in_Haiti.htm; Putting the Aid in Aiding and Abetting: CIDA’s Agents of Regime Change in Haiti’s 2004 Coup, Press for Conversion, May 2008, Issue #62

[3] Yves Engler, “Remembering the Overthrow of Haiti’s Jean-Bertrand Aristide: The Occupation Continues” Counterpunch, January 31-February 2, 2014, Retrieved from http://www.counterpunch.org/2014/01/31/remembering-the-overthrow-of-haitis-jean-bertrand-aristide/

[4] Peter Hallward, Damming the Flood: Haiti, Aristide, and the Politics of Containment (New York: Verso, 2007), 250-276.

[5] Charlie Hinton, “10 Steps to Dictatorship in Haiti: Why the Grassroots is Taking to the Streets against President Michel Martelly,” Counterpunch, December 7, 2013. Retrieved from http://www.counterpunch.org/2013/12/17/10-steps-to-dictatorship-in-haiti/; Hallward, “Damming the Flood,” 263-264.

[6] Charlie Hinton, “10 Steps to Dictatorship.”

[7] Deepa Pachang, “UN in Haiti: Keeping the Peace or conspiring against it?” Pambazuka News, November 3, 2011, Retrieved from http://www.pambazuka.org/en/category/features/77635

[8] Noam Chomsky, Paul Farmer & Amy Goodman, Getting Haiti Right This Time: The U.S. and the Coup (Monroe, Maine: Common Courage Press, 2004), 13; Hallward, “Damming the Flood,” 26.

[9] Haiti Action Committee, Hidden from the Headlines: The U.S. War against Haiti, (Berkeley: Haiti Action Committee, 2003).

[10] Kali Akuno, “Confronting the occupation: Haiti, neoliberalism and Haiti,” Pambazuka News, April 15, 2010, Retrieved from http://pambazuka.org/en/category/comment/63698; Hinton, “10 Steps to Dictatorship”.

[11] C.L.R. James, The Black Jacobins: Toussaint L’Ouverture and the San Domingo Revolution (New York: Vintage Books, 1963), viiii.

da Resistenze.org
fonte globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare