«Le riforme funzionano, le popolari cambiano: più grandi, più forti, più trasparenti».
Con questo tweet il Ministro-Faccia-Tosta Padoan ha salutato l’annunciata fusione tra BPM e Banco Popolare, ovvero il terzo gruppo bancario italiano dopo Unicredit e Banca Intesa.

Italiano… si fa per dire.
Guardando chi sono i principali azionisti delle due banche in questione si capisce quali interessi stanno dietro a questo matrimonio, e si comprendono anche la natura (liberista) e gli scopi (agevolare la grande finanza speculativa) della legge sulle fusioni bancarie approvata un anno fa dal governo Renzi, e che gli addetti definirono “rivoluzionaria”.

Perché “rivoluzionaria”? Semplice! La trasformazione delle banche in SpA, ultimo passo del processo di privatizzazioni iniziato negli anni ’90, le rende definitivamente scalabili, anzitutto ai pescecani della finanza globale.

Vediamo infatti chi sono i principali azionisti delle due banche in questione.

BANCO POPOLARE: oltre alla Fondazione cassa di Risparmio di Lucca: Black Rock Fund advisors, Norges Bank Investment Management, The Vanguard Group, Dimensional Fund Advisors, Black Rock Advisors, Black Rock Investment Management.

BPM: Athena Fund, Dimensional Fund Advisors, Black Rock Investment Management, Norges Bank Investment Management, Standard Life Investments, Canada Pension Plan Investment Board, The Vanguard Group.

Come si vede fondi speculativi, sostanzialmente gli stessi per le due banche in questione.
Ci dice Fabio Pavesi:
«Il mercato [parola che sta per grande finanza, Ndr] sa benissimo che le fusioni non necessariamente sono la bacchetta magica per accrescere esponenzialmente il valore per gli azionisti. Mel caso delle nozze tra BPM e Banco Popolare  i broker che seguono i due titoli sono più che positivi sulla bontà [si scrive “bontà” ma si legge far quattrini, Ndr] dell’operazione» [Il Sole 24 Ore del 24 marzo]

Una fusione quindi, favorita dal governo Renzi, voluta dalla Bce (anche in ottemperanza alla nuova norma sul bail-in), a tutto vantaggio di grandi fondi speculativi stranieri, che considerano il Paese terra di saccheggio e razzia. Ci vuole infatti una bella faccia tosta ad esultare come fa Padoan, o a sostenere che questa fusione andrà a “vantaggio dei nostri territori”.

Che questa operazione sia stata fatta per assecondare i desiderata degli squali della finanza, ce lo conferma proprio l’organo di Confindustria:
«Se non ci fosse stata la svolta degli ultimi giorni, la vasta platea di investitori istituzionali esteri che, a partire da Blackrock, ha puntato da mesi sulle promesse di un serio turnaround delle banche italiane avrebbe valutato l’ipotesi di ritirarsi dall’Italia». [Alessandro Graziani, Il Sole 24 Ore del 24 marzo].

Ma i quattrini che i fondi stranieri hanno sborsato per capitalizzare le due banche e far fronte ai crediti deteriorati (vedi tabella accanto) non sono a gratis. Per far quadrare i conti, vedrete, procederanno a pesanti tagli, degli sportelli e quindi degli addetti. Del resto, non è stato proprio Renzi a dire che “…in Italia ci sono troppe banche, troppi banchieri e troppi bancari”?

Morale: Renzi “batte i pugni sul tavolo dell’Unione europea”, chiede di stoppare le politiche austeritarie e di pareggio di bilancio difese dalla Germania, ma non si scambi questo per keynesismo, nemmeno annacquato. Il governo Renzi non fa che ubbidire ad una finanza speculativa di marca anglosassone, che per certi versi è più liberista del credo “ordoliberista” del governo tedesco.

Col cavolo che Berlino accetterebbe mai di dare in pasto le Sparkasse, la rete di banche più legate al tessuto sociale dei diversi land, alla finanza speculativa straniera….

da sollevAzione