Per Alberto e Paolo: il valore della lucidità e il coraggio dell’intelligenza

[Nella foto Alberto Garzon portavoce di Izquierda Unida e membro della direzione del Partito comunista spagnolo — che nel recente congresso ha adottato la linea dell’uscita dall’eurozona —, e Pablo Iglesias subito dopo l’annuncio dell’accordo in vista delle elezioni del prossimo 26 giugno]

La politica ha sempre qualcosa di terribile, di estrema durezza e mancanza di pietà. Si vince o si perde e, nel mezzo, non c’è quasi nulla.

La figura di Pedro Sanchez [Il segretario del PSOE che ha avuto il mandato di formare il governo, Ndr] è per molti versi tipica di un’Europa che vive una fase già avanzata di americanizzazione della vita pubblica e privata. Piuttosto: nord-americanizzazione nei paesi centrali e latino-americanizzazione di quelli del sud. Il candidato e segretario generale del PSOE è il classico politico del giorno, poco o niente ideologico, valori e proposte deboli che si collocano in una sorta di via di mezzo tra la destra e sinistra o meglio, alla destra della sinistra. Sembrano, certi personaggi, prodotti in serie e sono qui per incantarci, disturbarci il meno possibile e avere il sostegno di quelli che governano e che non si presentano alle elezioni.

Negli ultimi due mesi, Pedro Sanchez ha avuto un sostegno quasi unanime dei media, si è atteggiato da statista e ha cercato di riconquistare il centro perduto di un paese che cambia e cerca di essere ascoltato. Dobbiamo riconoscergli una certa audacia, alcune idee chiare e la capacità di resistere in un contesto per nulla facile. La linea di fondo: decostruire Podemos, togliergli sostegno sociale ed elettorale, dividerlo, spezzarlo, quindi demolire l’immagine pubblica di Pablo Iglesias. Si dirà che l’obiettivo era il governo, ma questo era secondario e comunque poteva essere raggiunto solo demolendo e neutralizzando Podemos.

Ciudadanos e PSOE hanno giocato un gioco con un sacco di sostegno alle spalle e con obbiettivi precisi che via via sono divenuti manifesti e che, in ultima analisi, non sono stati in grado di raggiungere. Ciudadanos ha giocato a dividere il Partito Popolare o, almeno, a fare fuori Rajoy. Rivera [il leader di Ciudadanos, Ndr] è sceso in campo per questo, per rinnovare la destra e ricostruire un blocco politico in grado di promuovere una nuova restaurazione nel paese. Il “cambiare tutto affinché tutto resti come prima” richiedeva il sacrificio di Rajoy e, probabilmente, del PP, la costruzione di una forte alleanza con il PSOE e l’indebolimento sociale ed elettorale di Podemos.

Abbiamo assistito ad una manovra strategica che ora si avvia al suo secondo tempo. Il problema di fondo l’ho segnalato con forza negli ultimi mesi: la proposta politica dei gruppi economicamente dominanti non coincideva e non coincide con la vecchia classe politica bipartisan. Si è dovuto “inventare” Ciudadanos, per tentare di uscire dalla situazione si è trovato uno come Pedro Sanchez per uscire dall’impasse. Abbiamo però che queste manovre strategiche non hanno impedito nuove elezioni e, quel che è peggio, lo scenario che si apre può sfociare in una polarizzazione tra il PP e Podemos, vale a dire, il contrario di ciò che si aspettavano i poteri forti.

I sondaggi, sempre più screditati, suggerivano interpretazioni contrastanti e la sola cosa chiara è che, da un lato, la campagna elettorale sarà molto importante e, dall’altro, che non è stata raggiunto la cosa principale, la distruzione del partito di Pablo Iglesias. Podemos ha dimostrato di avere un terreno solido e che ha ancora la capacità di condizionare in modo significativo il centro dell’agenda politica del Paese. A volte ho definito Podemos come un gene mutante: si sta costruendo in ogni elezione e lo fa sempre sorprendendo i suoi rivali e aprendo nuovi spazi. La proposta di convergenza con Izquierda Unida, alla fine realizzatasi, il consolidamento delle alleanze e il rafforzamento della leadership interna, fanno sì che Podemos possa uscire con un discorso politico alternativo, credibile e con capacità di vincere. IU e Podemos moltiplicano, generano immaginari sociali nuovi e qualificano un progetto nazional-popolare. Non è poco, credo.

Al di là dei sondaggi, della sequenza di psico-drammi delle palesi manipolazioni dei media e dell’uso — fino all’abuso — degli intellettuali, sempre organici al potere per denunciare i populismi e annunciarci tutti i mali possibili, ciò che emerge è che il Paese sta cambiando. I vecchi modi di demolire le persone ed i progetti politici non sono più efficaci come un tempo. In un Paese considerato sempre sicuro per chi comanda sta emergendo una spinta dal basso, una messa in discussione di ciò che esiste, un’auto-controllata ribellione sociale che cerca di tradursi in una forza politica e in una speranza concreta, possibile e realistica, ciò che riguarda una parte significativa della popolazione.

Questa è, a mio avviso, la lezione più importante di questi mesi: quelli che comandano e non si presentano alle elezioni non possono più governare come prima, con le stesse forme e metodi, vendendo le vecchie e sempre più usurate mercanzie. Quelli che stanno in basso, i subalterni, non si lasciano governare come prima, hanno capito che dietro questa democrazia c’è una “cupola di potere” che ogni giorno s’impone con più forza di contro alla volontà popolare, che limita le nostre condizioni vita e di lavoro, che limita i nostri diritti e le libertà reali e, peggio ancora, lasciandoci senza futuro.

Le forze alternative, democratiche, popolari e di sinistra possono e devono andare a vincere polarizzandosi con le destre e combattendo contro le politiche di destra, rendendo l’unità un compito collettivo e trasformando la campagna in un referendum per un nuovo progetto di paese, democratico, egualitario e federale.

Viviamo un paradosso che non è nuovo nella nostra storia: nel sud dell’Unione europea, in un paese che ha vissuto 40 anni di dittatura e dove tutto sembrava essere normalizzato emergono nuove generazioni; vecchie idee mutano in nuove aspirazioni; emergono di nuovo programmi che si collegano ad un passato che alcuni credevano morto per sempre, e ci dicono che nulla si perde del tutto nella storia degli esseri umani. E se la Spagna fosse, ancora una volta, l’inizio di un nuovo ciclo storico-sociale in un’Europa che è diventata sempre più uno spazio geopolitico dipendente, socialmente e politicamente reazionaria decadente?

* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della Redazione