Da tempo è stata avviata una campagna globale, promossa dal governo israeliano e dai suoi sostenitori, per identificare la critica al sionismo con l’antisemitismo. Questa mistificazione è del tutto funzionale a delegittimare qualsiasi critica verso le politiche che hanno contraddistinto lo Stato israeliano a partire dall’apartheid imposto ai palestinesi di Cisgiordania (e in parte anche a quelli cittadini di Israele) e all’azione di sterminio e pulizia etnica degli abitanti di Gaza avviata su larga scala a partire dal 7 ottobre 2023.
Il sionismo è un’ideologia sorta in settori minoritari del mondo ebraico europeo soprattutto in reazione all’emergere di nuove forme di antisemitismo particolarmente estese nell’Europa centro-orientale (Impero zarista, Polonia, Romania) ma presenti anche in paesi della parte occidentale del continente.
L’idea fondamentale del sionismo, influenzata dell’affermazione novecentesca dell’idea di stato nazionale, era che gli ebrei dispersi nel mondo costituissero un popolo equivalente a tutti gli altri riconosciuti come tali e che stavano costituendo propri Stati, come avveniva per l’Italia o per la Germania. Una volta definita questa equiparazione ne discendeva che essi dovessero disporre di un proprio territorio per fondare quello “Stato ebraico” di cui parlava uno dei fondatori del sionismo, l’austriaco Theodor Herzl.
L’emergere del sionismo sollevava fin dall’inizio una estesa reazione negativa all’interno del mondo ebraico che si è andata consolidando nei decenni successivi e si è incarnata in diverse correnti ideologiche e politiche che, pur convergenti nell’opposizione all’idea di uno Stato degli ebrei, si muovevano da premesse diverse, anche sulla stessa idea di che cosa definisca l’essere ebreo.
Un tema che ha ossessionato tanto i sionisti quanto gli antisemiti, i quali si sono divisi tra un antisemitismo biologico (la versione tedesca) e il cosiddetto antisemitismo “culturale” (interpretato dall’italiano Julius Evola), per altro entrambi convergenti nella giustificazione di politiche “razziali” spinte fino allo sterminio.
Tre autrici francesi aderenti all’Unione ebraica francese per la pace (UJFP), Beatrice Ores, Michele Sibony e Sonia Fayman, per reagire all’identificazione strumentale tra antisionismo e antisemitismo hanno pubblicato un corposo volume nel quale hanno raccolto una selezione di testi e documenti espressione di tutto il ricco patrimonio dell’antisionismo ebraico, le cui radici sono contestuali alla nascita del sionismo. Il libro è pubblicato dalla casa editrice parigina Syllepse (pp. 367, 2023, 25 euro) con il titolo Antisionisme, une histoire juive.

Nel 2017, il presidente francese Macron, in presenza dell’alleato Netanyahu, e certamente con sua piena soddisfazione, definiva l’antisionismo come “una forma reinventata dell’antisemitismo”. Non ci si deve stupire se, basandosi su questa mistificazione storica, i governi israeliani, soprattutto quelli dominati dall’estrema destra, abbiano ritenuto di disporre di un concreto via libera alla realizzazione di politiche criminali nel totale disprezzo di qualsiasi principio di legalità internazionale.
Le curatrici del volume (che in questa sede non possiamo esaminare in dettaglio) definiscono le principali correnti dell’antisionismo ebraico che raggruppano sotto quattro categorie: (1) la corrente religiosa, (2) la corrente patriottica assimilazionista, (3) la corrente marxista, internazionalista e rivoluzionaria, (4) la corrente umanista, liberale e/o democratica.
(1) La corrente religiosa ultra-ortodossa costituiva l’immensa maggioranza del mondo ebraico prima della seconda guerra mondiale. Secondo i principi fondamentali del giudaismo rabbinico – scrivono le autrici in un’ampia introduzione esplicativa – gli ebrei costituiscono innanzitutto una comunità religiosa, per alcuni anche un popolo ma non una nazione. Per queste correnti ortodosse il sionismo puntava di fatto ad una secolarizzazione dell’ebraismo il cui esito non poteva che tradursi nella sua scomparsa come tale. Per questi ebrei, presenti in Israele ma con una consistente comunità anche a New York e comunemente identificati per i loro vestiti tradizionali, il ritorno in Israele rappresenta un riferimento ad un’attesa messianica non la ricerca di uno Stato nazionale. È solo l’intervento divino che può decidere del ritorno degli ebrei nella “terra promessa” e per questo la formazione di Israele in quanto Stato, fosse pure dominato da correnti che si proclamano ultrareligiose, rappresenta un vero e proprio sacrilegio.
Come ha scritto il rabbino, ungherese di nascita e morto a New York nel 1979, Yoel Teitelbaum, fondatore della congregazione hassidica (termine che indica una corrente mistica sorta nell’Europa orientale a metà del 18° secolo) Satmar: “Loro (ndr: i sionisti) si sono elevati contro Dio e il Suo messia per fondare un governo eretico sul popolo ebraico, sradicando la Torah e la fede”. A Satmar fa riferimento il movimento Neturei Karta (“I guardiani della città”) che sostiene vigorosamente i diritti del popolo palestinese.
Il ritorno a “Eretz Israel” così come la fine del Galout, l’esilio che molti ebrei interpretano come un fatto spirituale più che come allontanamento fisico, sono le prerogative che spettano a Dio. Come ha scritto lo storico Amnon Raz-Krakotzkin: “L’esilio si collega ad una assenza fondamentale, designa l’imperfezione del mondo e mantiene la speranza del suo cambiamento. Nella sostanza il concetto di esilio si rapporta ad una mancanza e si oppone a qualsiasi tentativo di instaurare la ‘storia dei vincitori’“. È questa concezione che porta i membri di Satmar che vivono in Israele ad utilizzare per sé stessi la formula, apparentemente contraddittoria, di “ebrei in esilio in Eretz Israel”.
(2) La corrente “patriottica assimilazionista”. “I patrioti assimilazionisti ebrei, come i religiosi, si oppongono anch’essi all’idea di una nazionalità ebraica”. Erano soprattutto esponenti della grande borghesia ebraica europea e poi anche statunitense a rivendicare il proprio patriottismo e a considerare il sionismo “come un tentativo di fare degli ebrei occidentali degli stranieri nei loro paesi”. La preoccupazione era che il sionismo distruggesse anni di sforzi per superare ogni forma di discriminazione.
Non è un caso che l’unico ministro britannico ad opporsi alla dichiarazione Balfour che, in qualche misura e contraddizione diede vita al processo di formazione dello stato israeliano, fosse Lord Montagu, il quale era anche l’unico ebreo della compagine. “Il sionismo – scriveva Lord Montagu – mi è sempre sembrato un credo politico dannoso, indifendibile da qualunque cittadino patriota del Regno Unito”. Montagu voleva essere considerato un britannico ebreo e non un ebreo britannico.
Dopo la dichiarazione Balfour e l’estendersi del sionismo, molti ebrei dei paesi occidentali (compreso tedeschi) che si consideravano buoni cittadini dello Stato in cui vivevano temevano di essere accusati di una doppia fedeltà e di essere ricondotti alla condizione di stranieri in patria. È in questi ambiti che nasce la denuncia di un legame implicito e di una identica base ideologica tra sionisti e antisemiti entrambi orientati ad impedire qualsiasi forma di assimilazione ed integrazione piena dei cittadini di fede ebraica o derivanti da tale origine negli Stati occidentali. Per altro, come ricorda uno dei testi del libro, i sionisti non si sono mai posti come obbiettivo di eliminare l’antisemitismo, il cui eterno riproporsi dovrebbe giustificare l’esistenza di Israele, in quanto Stato perennemente in guerra.
(3) La corrente “marxista, internazionalista e rivoluzionaria” sorge soprattutto dall’azione di ebrei provenienti da famiglie religiose ortodosse dell’Europa orientale. All’interno di questa corrente le autrici individuano poi due tendenze principali: gli assimilazionisti austriaci e tedeschi e gli ebrei dell’impero russo che inseriscono la questione ebraica nel contesto del tema del ruolo e dei diritti delle minoranze nazionali.
Nel 1897 viene fondato il Bund, lo stesso anno del primo congresso sionista, il cui nome completo era: Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia. Questa organizzazione, che ebbe dimensioni di massa e si ispirava al marxismo, era categoricamente ostile al sionismo. I bundisti ritenevano che alla “nazione ebraica” dovesse venir garantita una autonomia nazionale e culturale ma non uno Stato, in seno ad una federazione dei popoli della Russia. Una posizione non lontana dalla visione che gli austro-marxisti avevano della questione nazionale anche se il suo principale teorico Otto Bauer era un convinto assimilazionista. Riteneva però che gli ebrei che vivevano nell’impero russo avessero le caratteristiche di una “nazione” ovvero una “comunità di destino” nonché una comunità culturale-linguistica caratterizzata dall’uso dell’yiddish.
Molto più radicale la visione di Rosa Luxemburg che contestava l’idea dell’autodeterminazione ebraica come un imbroglio. La sua tesi derivava da una avversione per ogni forma di nazionalismo, il che la portò su questo punto a scontrarsi con Lenin che invece sosteneva il diritto di autodeterminazione pur in una prospettiva internazionalista che avrebbe dovuto progressivamente superare la divisione in Stati nazionali.
Altro autore classico citato è Trotsky (egli stesso di origine ebraica) secondo il quale il sionismo era nato dall’idea che “le nazioni non possano esistere senza un territorio comune” ma si dimostrava incapace di risolvere la “questione ebraica”. Questa secondo Trotsky era irrisolvibile nel “quadro di un capitalismo marcescente”.
Le autrici danno molto spazio ad autori d’area trotskista (Abraham Leon, Daniel Bensaid, Michel Warshawski) e all’esperienza dell’organizzazione israeliana Matzpen sorta da una scissione del Partito Comunista nel 1962. Il Matzpen, che si era poi diviso secondo diverse linee ideologiche una delle quali di orientamento quartinternazionalista, ha adottato una “argomentazione anticoloniale e affermato il proprio sostegno al movimento di liberazione nazionale palestinese”.
Fra le espressioni di antisionismo marxista nel volume vengono riportati testi di organizzazioni di ispirazione comunista presenti in alcuni paesi musulmani come l’Iraq e l’Egitto che “percepivano il sionismo come una delle armi dell’imperialismo occidentale”.
Le autrici danno poco spazio invece alla corrente comunista maggioritaria e alle teorizzazioni espresse dalla sezione ebraica del partito bolscevico al potere (soppressa dopo qualche anno di esistenza) e al tentativo di costituire un territorio ebraico autonomo nel Birobidzhan dove la lingua ufficiale era l’yiddish e non l’ebraico, che in Europa orientale era utilizzato solo come lingua rituale e che verrà poi ripreso e modernizzato dai sionisti come lingua dello stato israeliano.
La posizione dei comunisti si è poi distinta per la scelta dell’Unione Sovietica di promuovere la decisione dell’ONU di dar vita alla spartizione della Palestina tra uno Stato a maggioranza ebraica e uno a maggioranza araba. I partiti comunisti, anche nel mondo arabo, si allinearono con questa posizione politica, pagando un pesante prezzo in termini di isolamento e in diversi casi di repressione.
Da quella scelta è emersa però una posizione che nel volume che stiamo esaminando non trova spazio e che unisce la critica ideologica al sionismo, in quanto ideologia nazionalista borghese e fondamentalmente reazionaria, al riconoscimento dell’esistenza di Israele come Stato sorto da specifiche condizioni storiche. Questo punto di vista considera necessario che Israele abbandoni ogni forma di suprematismo ebraico all’interno e riconosca pienamente il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.
(4) L’ultima corrente esaminata da Ores, Sibony e Fayman è quella che viene definita come “umanista, liberale e/o democratica”. Negli anni venti alcuni intellettuali sostenitori del sionismo, emigrati in Palestina, verificavano che la narrazione sulla “terra senza popolo, per un popolo senza terra” era palesemente falsa e svilupparono una riflessione critica sulle conseguenze del sionismo. Si dovettero scontrare con la “questione araba”, ovvero una popolazione che vedeva messa in pericolo la propria esistenza sia dal punto di vista materiale che da quello spirituale.
Queste correnti, preso atto della natura coloniale e sopraffattrice sempre più evidente del sionismo verso la popolazione palestinese, hanno proposto una soluzione binazionale che consentisse ad ebrei e arabi di vivere nella stessa terra con pari diritti e dignità. Questa tesi è stata ripresa in modo diffuso a livello intellettuale con la crisi del processo di Oslo che avrebbe dovuto portare ad una soluzione definitiva sulla base del principio de due popoli e due Stati.
In una situazione drammatica come quella che vive la Palestina, in cui metà popolazione vive sotto l’oppressione militare di uno Stato dominato da una ideologia che si è andata sempre più radicalizzando a destra e con una sempre più evidente connessione con il fascismo storico, recuperare la storia delle numerose e ricche correnti che all’interno dell’ebraismo si sono sempre battute contro ogni forma di razzismo e di nazionalismo etnico è uno dei modi attraverso i quali è possibile pensare ad una soluzione politica la cui realizzabilità si fa oggi sempre più difficile.
* Fonte: Transform Italia

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