Guerra, pace e difesa della patria

A MO’ DI PREMESSA

Ogni grande guerra è preceduta dalla corsa al riarmo, ogni corsa globale al riarmo è seguita da una guerra globale. Tutte le conflagrazioni belliche si giustificano, vero o falso che sia, con l’imminenza di una letale minaccia esterna. Il riarmo non afferisce però alla sola dimensione materiale e visibile, esso è sempre accompagnato da quella psicologica e invisibile. Come i due conflitti in corso in Ucraina e nel Medio Oriente mostrano, la guerra cibernetica non diminuisce valore e peso del fattore umano, dentro e oltre i campi di battaglia, non meno decisiva è dunque la potenza di fuoco dei sistemi d’arma fatti di simboli e di idee. Si combatte certo per ragioni e interessi materiali, ma questi sempre debbono essere espressi in pensieri. Le idee sono armi, quelle che lasciano segni più profondi e duraturi. Avrebbe mai potuto, la Repubblica Islamica dell’Iran, resistere e sferrare micidiali colpi a Stati Uniti e Israele se le avanguardie in combattimento non fossero sorrette dal forte slancio patriottico e religioso del popolo? E l’Ucraina, avrebbe mai potuto resistere e sferrare i suoi micidiali colpi alla Federazione Russa, se il suo esercito non fosse stato alimentato e innervato da un pugnace revanscismo nazionalista?

QUI SI GIOCA IL DESTINO DELL’UNIONE EUROPEA

Il biennio 2029-30 è considerato dai governi occidentali come il momento nel quale la Russia potrebbe lanciare un attacco diretto contro i paesi NATO. Di qui la giustificazione del piano ReArm Europe/Readiness 2030, il suo ritmo sbalorditivo, la sua enorme dimensione. Ecco dunque la mobilitazione di 800 miliardi di euro per spese militari, autorizzate grazie alla concessione degli Stati membri di una flessibilità fiscale senza precedenti, spese quindi che, in barba ai consacrati principi ordoliberisti, non concorreranno al calcolo del deficit nazionale.

L’Unione Europea, sorta all’apogeo della globalizzazione neoliberista, ha rappresentato il più grande esperimento economico e politico dopo la seconda guerra mondiale. In nome dell’ideale cosmopolitico, le élite tecnocratiche, con ottusa determinazione, hanno agito per seppellire l’Europa westfaliana degli Stati-nazione, certe che l’avvento di un ordine capitalistico post-nazionale fosse già presente, non solo nelle loro teste, ma nel grembo della storia. L’Europa vestfaliana era ferita non però morta, ed il sintomo che è ancora viva sta nell’avanzata, destinata ad estendersi e radicalizzarsi, dei sovranismi e dei nazionalismi fascistoidi.

È qui la vera e più profonda causa dell’invenzione di un’aggressione imminente dell’orso russo: agitare lo spauracchio di un pericolo esterno esistenziale per impedire che la baracca unionista vada in pezzi. C’è una ratio in questa follia, in questa decisione dell’élite tecnocratica a giocarsi il tutto per tutto: è la consapevolezza che solo alimentando un clima da stato d’assedio, solo sulle ceneri dello Stato-potenza russo, solo quindi edificando un regime di guerra, si potrà salvare l’Unione Europea. Sì, per le élite tecnocratiche è questione di vita o di morte, ed a tutto son disposte pur di non crepare, trasformando la guerra d’Ucraina in uno scontro frontale con la Russia per il dominio sull’Eurasia. Le sorti della UE, come avvenne per il Terzo Reich nazista si decidono così nelle sterminate distese ucraine, per cui l’auspicabile collasso del regime fantoccio di Kyev metterebbe una pietra tombale sulle sorti dell’Unione. Non si spiega altrimenti l’infame compattezza anti-russa di tutte le varianti, da sinistra a destra, dello schieramento liberal-imperialistico.

Con una fava due piccioni: l’aggressiva mobilitazione contro lo spauracchio russo serve all’élite eurocratica a contrastare le spinte centrifughe alla disgregazione dell’Unione, ovvero a battere le forze nazionalistiche anti-unioniste, ben consapevoli che ogni ulteriore frattura con la Russia è un passo avanti del progetto unionista post-nazionale, un letale colpo alla speranza di tornare all’Europa westfaliana.

*   *  *

La prima linea di questa avventura strategica è la Germania, che ha battezzato lo sforzo con un nome di chirurgica precisione prussiana: Zeitenwende, “Cambio d’Epoca” (la cifra del piano di riarmo tedesco supera quello europeo, fino a mille miliardi di euro). Non solo un progetto per allestire il più potente esercito europeo (260mila soldati e 200mila riservisti), una vera e propria riconversione industriale, accompagnata da politiche sociali che sfumano l’ordoliberismo classico in un keynesismo militarista per fare della Germania un gigantesco hub logistico per il transito di circa 800mila soldati NATO da scagliare contro la Russia.

Il caso tedesco è non solo un caso di scuola, ma un esplosivo banco di prova per la traiettoria unionista. Il 6 settembre prossimo ci saranno elezioni regionali e AfD potrebbe stravincere all’Est, non solo in Sassonia-Anhalt, ciò che gli consentirebbe un governo monocolore, segnando il totale fallimento delle politiche di ostracizzazione e criminalizzazione dell’Afd — il Brandmauer, o “Muro tagliafuoco”. Se AfD vince, dati i poteri che spettano costituzionalmente ai Länder, si potrebbe aprire presto il germanico Vaso di Pandora. Certo è che le conseguenze del voto tedesco avranno un grande impatto sul resto dei paesi euro-NATO, Italia in primis — se c’è un Paese il cui ciclo politico tende ad influenzare quello italiano, questo è appunto la Germania. Tenteranno i democristiani tedeschi di rompere coi socialdemocratici per cooptare Afd nel sistema al fine di ammansirli? L’AfD accetterà di farsi addomesticare? Sta in Germania la chiave con cui eventualmente la Meloni imbarcherà Vannacci nella sua zoppicante coalizione.

SOTTO QUALE BANDIERA?

In nome di chi e cosa, per quale bandiera, per quale patria, i nostri giovani saranno dunque chiamati a combattere?

Il frutto non cade mai lontano dall’albero. Ciò significa che il vessillo in nome della quale gli eserciti europei saranno addestrati, mobilitati e armati non può che essere quella dell’Unione europea post-nazionale e meticciaNon si educano due intere generazioni al rispetto del cosmopolitismo liberale, del melting pot multietnico, del disprezzo di ogni identità nazionale e dei valori tradizionali, e poi immaginare di intruppare le persone in nome della vecchia e logorata idea di patria. Misureremo nei prossimi anni fino a che punto nelle nuove generazioni si è radicata l’idea che la patria per cui si dovrà immolare la propria vita, non è quella storica (dei padri) bensì la distopia dell’Unione Europea come Stato federale.

Di qui a mobilitare queste forze in nome di un patriottismo e una sovranità europei il passo è lungo, molto lungo; nonostante venga avanti da decenni e sia egemone una cultura valoriale “progressista” che in nome della “accoglienza” degli immigrati ha prodotto una profonda ripulsa dello Stato-nazione con tanto di condanna senza sé e senza ma della difesa dei confini. È proprio in Germania che questa isteria anti-nazionale delle sinistre ha toccato l’apice; è accaduto spesso che in manifestazioni contro l’AfD siano stati gridati slogan come “Germania merda schifosa!”, o che siano apparsi cartelli “Harris do it again!” — Harris era il comandante della Royal Air Force inglese che bombardava le città tedesche radendo al suolo città come Dresda o Amburgo. E come dimenticare che nelle manifestazioni contro la guerra e la NATO svoltesi negli anni scorsi in prima fila svettava la bandiera di Israele? Ha scavato in profondità il senso di colpa per lo sterminio nazista degli ebrei, quello che è stato chiamato il “culto della colpa” (schuldkult). La Germania è dilaniata dalla divisione in campi contrapposti, dove ha più probabilità di arruolarsi come volontario è proprio chi è stato ideologicamente plasmato dal mito di un’Europa multiculturale, senza confini, post-nazionale.

Al risveglio delle diverse forze radical-sovraniste, nazionaliste e fascistoidi che si oppongono al riarmo europeo e chiedono pace con la Russia senza escludere la fine della sudditanza all’impero americano; corrisponde così lo stato catatonico del pacifismo tradizionale, sinistroide e cattolico, paralizzato nell’azione perché infiltrato e contaminato dall’ideologia europeista e anti-sovranista. A sinistra sembra prevalere l’idea che il pericolo maggiore non sia rappresentato dalla stretta militarista e dalla guerra alla Russia dell’imperialismo euro-NATO, bensì dal rischio dell’implosione della UE e dall’avanzata dei trinariciuti nazionalisti, sovranisti e xenofobi.

È bene soffermarsi su un punto nodale: proprio perché le élite eurocratiche sanno bene che in gioco c’è la vita o la morte dell’Unione, e perché hanno il fiato sul collo delle destre radical-sovraniste, eviteranno di allestire eserciti nazionali autonomi a coscrizione obbligatoria. Lo eviteranno per due fondamentali ragioni. La prima è che la leva obbligatoria è un pericolo, non solo perché si permetterebbe alle classi subalterne di diventare abili all’uso delle armi, ma perché un esercito di leva alimenta spirito cameratesco, legame intimo e patriottico con la nazione ed i suoi valori identitari. La seconda ragione è che se ogni Paese svincolasse il proprio piano di militarizzazione e riarmo strategico da una unitaria regia e comando europei, ciò rappresenterebbe un fattore primario di disintegrazione e auto-distruzione dell’Unione. Ciò che fino all’ultimo queste élite eurocratiche tenteranno di evitare. Ciò che esse hanno in testa è infatti un esercito europeo integrato, composto su base volontaria, immaginato come armata multinazionale, multietnica, ibrida, una riproduzione militarista del melting pot — sull’esempio dei diversi corpi nazionali di ufficiali, da decenni indottrinati e incorporati nei comandi NATO. In definitiva, dopo la moneta comune, è proprio l’esercito comune la prova del nove, ovvero il grande salto che decide se l’Unione riuscirà a compire l’ultimo tratto di strada che la separa dal diventare Stato federale. Doppio salto mortale a ben vedere, poiché, dato il disallineamento unilateralista statunitense, la vecchia concordia atlantista pare un lontano ricordo, e le élite europee giocano il tutto per tutto puntando a fare della UE un polo imperialistico concorrente a quello a stelle e strisce, con il dominio sull’Eurasia come posta in palio.

IL NEMICO PRINCIPALE

Ad un’analisi davvero lucida della attuale situazione emerge che la principale contraddizione che ora attraversa l’Unione Euro-Nato è quindi quella tra guerra e pace, che tradotto nei termini del realismo politico è tra le forze in marcia verso la guerra contro la Russia e le forze che procedono in senso contrario. Da una parte il grosso delle classi dominanti coi loro potentissimi gruppi di potere ed i loro fantocci politici di diverso colore, dall’altra il grosso delle classi sociali subalterne, una poltiglia informe e ondeggiante nella quale tuttavia hanno conquistato forza e spazio correnti politiche nazionaliste, xenofobe, ed in certi casi neofasciste.

La situazione sembrerebbe insomma volgere al peggio per le forze democratiche e rivoluzionarie, che saranno chiamate, nel prossimo periodo, a superare prove durissime. Riusciranno ad attraversare indenni il tempestoso stretto presidiato dai mostri Scilla e Cariddi? Ad occupare una posizione indipendente dal blocco liberal-imperialista e da quello delle destre nazionaliste e razziste? C’è uno pertugio per avanzare, anzi uno spazio di manovra?

La guerra cambia tutto, modificherà il panorama politico, farà sorgere nuovi attori sociali, modificherà il posizionamento dei vecchi. È probabile addirittura che un nuovo bipolarismo rimpiazzi l’attuale e pestifera dicotomia tra centro-sinistra e centro-destra, per cui due saranno gli schieramenti che occuperanno la scena: da una parte il blocco delle forze europeiste, dall’altra quello delle destre estreme radical-sovraniste.

Una domanda è d’obbligo: è fattibile, posta la contraddizione principale, un fronte unito di tutte le forze che sono per la pace e per evitare la guerra contro la Russia? No, non è fattibile, e per due essenziali ragioni. La prima ha a che fare con divergenze etico-politiche insuperabili con le correnti d’estrema destra, queste avanzano infatti non tanto sotto la bandiera unitaria della pace, ma sotto le insegne del suprematismo bianco, della xenofobia, del sionismo, dell’islamofobia, dello Sato di polizia, di valori etici non solo conservatori in alcuni casi apertamente reazionari. La seconda è che queste forze hanno guadagnato nel tempo una tale forza propulsiva che ogni alleanza tra noi e loro ci trasformerebbe in una ruota di scorta, anzi nella loro quinta colonna. È alle nostre spalle il periodo 2008-2020, quando la battaglia centrale per l’uscita dall’euro giustificava un’alleanza per la sovranità monetaria in nome della lotta contro il vincolo esterno, l’austerità e il neoliberismo — ed i cui frutti furono raccolti dall’allora M5S.

Alla domanda se siamo patrioti rispondiamo che sì, lo siamo, ma non a prescindere, il patriottismo a prescindere è rifugio di furfanti e di guerrafondai, saremo difesisti quando l’Italia sarà un Paese libero, neutrale, non più sotto il giogo straniero, quando il popolo sarà davvero sovrano.

Una soltanto è la strada che si può percorrere, quella di un terzo campo, della costruzione di una rete antimilitarista e antimperialista per la pace, pluralista e ben organizzata che mentre combatte il nemico principale, il campo dei guerrafondai, sfidi apertamente le destre radical-sovraniste, contrastando col pensiero e con l’azione la loro crescente egemonia tra le classi subalterne. Ciò senza mai dimenticare due principi strategici essenziali: che quello che oggi è il nemico secondario domani può diventare quello principale, e viceversa; che in condizioni di svantaggio sarebbe un suicidio combattere contro due nemici contemporaneamente.

Lottare contro il nemico principale implica, prima ancora di chiamare all’azione i cittadini, indicare con precisione gli scopi della chiamata all’azione. Con chi dare vita alla rete? Con chiunque condivida gli scopi inscindibili della pace, della fratellanza tra i popoli, della libertà, della democrazia e della sovranità popolare.

– L’Unione Europea non è la nostra patria

– No al riamo e all’esercito europeo

– Non combatteremo sotto la bandiera della NATO

– Pace con la Russia

– Italia Neutrale, sovrana fuori dalla guerra e dalla UE

– No alla militarizzazione sociale e allo Stato di polizia

Tutto è ancora possibile!