All’origine della crisi vi è un’enorme sovrapproduzione di capitali e di merci

Sulle cause della attuale crisi ci è stato detto di tutto. Banchieri avidi, compratori di case sprovveduti, agenzie di rating distratte o colluse: tutto o quasi è stato tirato in ballo. Tutto, salvo quello che è veramente importante. La stessa finanza deregolamentata e il credito facile, che sono diventati il comodo (e consolatorio) capro espiatorio di opinionisti e scrittori di cose economiche, non sono la causa di questa crisi.

L’enorme esplosione del debito su scala mondiale che ha preceduto l’esplodere della crisi (con asset finanziari che nel 2007 avevano superato il 350% del PIL mondiale) è servita a conseguire tre obiettivi: 1) ha permesso di costruire prodotti finanziari (quali le carte di credito, ma anche i mutui subprime) attraverso i quali, in particolare nei paesi anglosassoni, lavoratori che guadagnavano meno di prima hanno potuto continuare a consumare come prima; 2) ha consentito a imprese in crisi di sopravvivere (grazie al credito ottenuto a tassi estremamente favorevoli); 3) ha offerto una via di sfogo profittevole a capitali in fuga dall’impiego industriale perché ormai poco profittevole(1). In altre parole: la finanza non è la malattia. È la droga che ha permesso di non avvertirne i sintomi. Con il risultato di cronicizzarla e di renderla più acuta. La malattia, ossia la crisi da sovrapproduzione di capitale e di merci, si è infine manifestata con violenza nell’estate del 2007, e assume ormai le caratteristiche di una vera e propria “crisi generale” che investe almeno l’intero occidente capitalistico, se non il mondo intero.

L’egemonia del dollaro è un elemento fondamentale del meccanismo che ha portato all’attuale crisi

Ma cosa ha reso possibile il credito facile? Rispondere a questa domanda è molto semplice: la politica monetaria espansiva della Federal Reserve statunitense, che è entrata in azione a più riprese. Questa politica monetaria ha favorito la creazione della bolla della new economy (1999-2000), è stata giocata in chiave anti-recessiva nel 2001 (con la scusa dell’11 settembre – mentre la recessione era iniziata già nel marzo 2001), e poi ha accompagnato la bolla immobiliare sino a quando essa è scoppiata nel 2006. Il punto fondamentale da intendere è che questa politica è stata resa possibile da una caratteristica unica del dollaro: il suo status di valuta internazionale di riserva, il suo continuare ad essere “moneta mondiale” a dispetto del venir meno della convertibilità in oro (1971) e di una bilancia commerciale in passivo dal 1976. Solo questo “esorbitante privilegio” del dollaro, legato in particolare al pagamento in dollari delle materie prime (soprattutto energetiche), ha consentito agli Stati Uniti di continuare ad attrarre capitali pur facendo una politica di bassi tassi di interesse. Qualsiasi altro Paese che, come gli Usa, consumasse più di quanto produceva avrebbe pagato una politica monetaria così espansiva con una crisi del debito come quella patita da molti Paesi emergenti.

Il dollaro non è più il dominatore incontrastato della scena valutaria mondiale…

Il predominio del dollaro però, da almeno 10 anni, non è più un dominio incontrastato. Con l’affacciarsi sulla scena mondiale dell’euro, per la prima volta nella storia il dollaro ha un antagonista temibile. Precisamente questo era il disegno perseguito da chi ha voluto l’euro. Leggiamo Guido Carli, tra i negoziatori italiani del trattato di Maastricht: “La realizzazione del trattato di Maastricht significherebbe la sottrazione agli Stati Uniti di quasi metà del potere di signoraggio monetario di cui dispongono… L’Unione economica e monetaria prefigura la nascita di uno strumento monetario di riserva internazionale che potenzialmente può cancellare molto del potere di attrazione che oggi ancora il dollaro riveste, per assenza di valide alternative. Conquistare potere di signoraggio significa anche acquisire la capacità di attirare capitali, di spostare risorse, di partecipare da posizioni di forza alla distribuzione mondiale del lavoro e del capitale(2)”. La creazione stessa dell’euro è insomma in se stessa un progetto imperialistico: è il tentativo di opporre all’imperialismo americano un nascente imperalismo europeo, che si esprime in un’area valutaria autonoma e in grado di competere con l’area (inizialmente molto più vasta) del dollaro. In effetti, nei dieci anni che ci separano dall’entrata in vigore dell’euro, il dollaro ha perso molte posizioni nei confronti dell’euro, e non solo. La rendita di posizione del dollaro viene erosa in più direzioni, come prova tra l’altro la crescita delle quotazioni dell’oro, che dal 2002 ad oggi ha più che triplicato il proprio valore. La cosiddetta “guerra al terrorismo”, ed in particolare l’aggressione all’Iraq, che non a caso ha visto gran parte dei governi europei fortemente contrari, ha rappresentato anche un capitolo di questo confronto valutario, in quanto aveva tra i suoi obiettivi quello di proteggere il pagamento del petrolio in dollari(3).

…ma mantiene il proprio ruolo come valuta internazionale di riserva

In ogni caso il dollaro, pur svalutandosi (anche a causa dell’aumento del debito pubblico connesso alle spese militari sostenute in Afghanistan e in Iraq), non crolla. Questo anche perché massicci acquisti di titoli di Stato americani da parte di Giappone e Cina, e il tasso di cambio non fluttuante tra dollaro e yuan cinese consentono di mantenere relativamente stabili (anche se comunque declinanti) le ragioni di scambio del dollaro. Di fatto la Cina per un verso ha visto la propria bilancia commerciale rafforzata dalle esportazioni verso gli Usa, dall’altro ha contribuito a mantenere la capacità di spesa (cioè di consumo) dei cittadini americani anormalmente alta comprando titoli di Stato Usa, e quindi impedendone un deprezzamento e l’innescarsi di una crisi debitoria americana.

La crisi sconvolge gli equilibri del sistema valutario mondiale e aggiunge un nuovo fronte alle difficoltà per il dollaro…

In modo solo apparentemente paradossale, la crisi – che ha tra le sue cause scatenanti la politica monetaria espansiva statunitense resa possibile da questi massicci acquisti di titoli di Stato Usa – evidenzia il disordine del sistema valutario attuale e mette definitivamente in crisi gli equilibri valutari in essere. Con le parole del governatore della Banca centrale cinese: “lo scoppio della crisi ed il suo propagarsi al mondo intero riflettono l’intrinseca vulnerabilità e i rischi sistemici insiti nell’attuale configurazione del sistema monetario internazionale.” Più in particolare, essa evidenzia il fatto che “una valuta internazionale di riserva… non dovrebbe essere legata alle condizioni economiche e agli interessi nazionali di un singolo Stato(4)”.
In questo senso, la crisi mette in primo luogo a rischio il dominio del dollaro e il suo status di valuta internazionale di riserva. Questo fronte si aggiunge al dibattito, che coinvolge molti Paesi produttori di materie prime, circa l’opportunità di agganciare il prezzo delle materie prime stesse non più ad una singola valuta, ma ad un paniere di valute. Vanno inoltre menzionate le difficoltà di un controllo geopolitico Usa sui Paesi produttori di petrolio, evidenziate dall’andamento tutt’altro che favorevole della guerra in Iraq. Non meno importante è il sempre minore controllo degli Stati Uniti su una sua tradizionale area di influenza economica e valutaria quale l’America Latina, simboleggiato dall’accordo valutario recentemente stipulato con la Cina dall’Argentina, che consentirà di regolare in yuan le transazioni commerciali tra i due Paesi(5). A questo vanno aggiunte le crescenti difficoltà a finanziare i titoli di Stato americani (a gennaio 2009 si sono avute vendite nette di titoli di Stato Usa a lungo termine per un valore di 43 miliardi di dollari), tanto che la stessa Federal Reserve si è vista costretta ad acquistarli direttamente(6).

…ma crea problemi non meno seri all’euro

Se Sparta piange, Atene non ride. Intanto, il problema del crescente debito pubblico accomuna Unione Europea e Stati Uniti(7). Inoltre l’Est europeo è tra le aree più colpite dalla crisi, in quanto maggiore era stato negli anni immediatamente precedenti l’utilizzo della leva del credito(8). Quasi tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale si trovano in gravi difficoltà. Destinatari di finanziamenti esteri per oltre 1.000 miliardi di dollari soltanto nel 2007 (quasi la metà dell’intera domanda mondiale), questi paesi vengono sorpresi dalla crisi con enormi deficit di bilancio, un credito interno in forte espansione e in genere anche notevoli bolle immobiliari. Una marcata svalutazione delle valute locali è già in atto in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Serbia, Repubblica Ceca, Romania e Ucraina. Non diversa è la situazione dei paesi baltici.
Molti di questi Paesi sono sull’orlo di una crisi del debito, secondo il classico copione più volte andato in scena nelle economie emergenti: rapido deflusso dei capitali stranieri in ragione del forte debito estero, forte svalutazione (che causa un ulteriore aumento del debito estero), crisi economica più o meno generalizzata. È importante notare che, se questi rischi si materializzassero, sarebbero colpite in prima linea le banche di Paesi come l’Austria, la Spagna e l’Italia, le quali – assieme a Svizzera e Svezia – rappresentano i principali creditori dell’economie dell’Est europeo. Ma, più in generale, sarebbe minacciata la convergenza delle monete locali verso l’euro e la stessa stabilità politica dell’Unione Europea sarebbe sottoposta a forti tensioni. La debolezza dell’euro negli ultimi tempi, pur in presenza di Stati Uniti in crisi profonda, trova qui una delle sue principali radici. È pur vero che la crisi attuale spinge questi Paesi ad accelerare la loro marcia per l’ingresso nella zona euro (di recente il Fondo Monetario Internazionale ha addirittura proposto e chiesto che questi Paesi adottino la moneta unica anche senza entrare formalmente nell’eurozona, per evitare i vincoli di bilancio richiesti!(9) ). Il punto è che proprio la crisi allontana questi Paesi dall’euro.
Sta di fatto che oggi sta diventando realtà lo storico spauracchio dell’Unione Europea: ossia shock asimmetrici (una crisi che colpisce alcuni paesi più di altri) e differenziali tra le economie che si ampliano anziché ridursi. Questo è già un fatto compiuto se confrontiamo i paesi della zona euro con quelli che si trovano alla sua periferia. Ed è tutt’altro che escluso che la stessa situazione si riproponga anche all’interno dell’eurozona.
La verità è che questa crisi mette impietosamente in luce i limiti strutturali della costruzione europea: imperniata sulle esigenze dei mercati dei capitali, e priva proprio per questo di una politica economica comune (perché si trattava di salvaguardare la possibilità per i capitali di scegliere il Paese di volta in volta più “conveniente”), essa ha fatto completo fallimento. Il disastro attuale è il risultato necessario di una costruzione che ha ricercato la “competitività” nella concorrenza fiscale, nell’attacco ai diritti del lavoro e nell’erosione progressiva del welfare state. Nella conseguente attuale afasia dell’Unione Europea, emergono poi le “soluzioni” proposte dagli Stati membri, con misure scoordinate e non di rado ad esplicito contenuto protezionistico.
Tutto questo negli ultimi mesi ha favorito il dollaro(10).

La crisi e il conseguente disordine valutario non rafforza il bipolarismo euro/dollaro

La crisi ha avuto un fortissimo impatto sui rapporti di cambio. Per certi versi, essa ha potuto dare l’illusione di un rafforzamento del bipolarismo euro/dollaro, tramite il crollo di molte valute “periferiche”. Ad esempio, essa ha colpito severamente la sterlina, per la quale è iniziata probabilmente la fine come valuta autonoma: come dimostra il suo crollo sia rispetto al dollaro che rispetto all’euro – conseguente al crollo della sua industria finanziaria ed alla fortissima crescita dell’indebitamento pubblico resosi necessario per puntellarla(11). Ma anche alcuni dei progetti di unione valutaria regionale sono stati almeno rallentati dalla crisi: è il caso, ad esempio, del progetto di valuta araba del Golfo (che ha comunque un motivo di debolezza strutturale nell’eccessivo legame delle singole valute locali con il dollaro(12) ).

Per contro, ci sono anche valute che rispetto al dollaro e all’euro sono cresciute troppo, al punto da scegliere di effettuare svalutazioni competitive: è il caso del franco svizzero(13). Va poi considerato anche il revival dell’oro, che negli ultimi mesi appare più correlato alla crescita del debito pubblico in Europa e Usa che alla debolezza del solo dollaro. Sono altrettanti segnali dell’incrinarsi del bipolarismo valutario che sino a pochi anni fa sembrava il futuro prossimo del sistema monetario internazionale. L’auspicio di Carli sembra ormai azzardato: l’euro non riuscirà a dividere con il dollaro lo status di valuta internazionale di riserva. E non per la forza della valuta americana, ma perché stanno entrando in gioco nuovi attori. Uno su tutti: la Cina.

L’attacco cinese al predominio del dollaro, con la proposta di una riforma del sistema monetario internazionale, segnala un passaggio di fase

È in questo contesto che va inserita la proposta, avanzata il 23 marzo dal governatore della Banca del Popolo cinese, di una “riforma creativa” del sistema monetario internazionale in direzione di “una valuta internazionale di riserva con un valore stabile, che sia emessa in base a regole precise e la cui offerta sia gestibile”, con l’obiettivo di “salvaguardare la stabilità economica e finanziaria a livello mondiale”(14). Le tre caratteristiche ideali indicate sono precisamente il contrario di quello che rappresenta oggi la valuta americana: una valuta estremamente instabile, emessa su basi discrezionali e offerta in quantità eccessiva e destabilizzante. Non è il caso di entrare nei dettagli tecnici della proposta cinese, imperniata sulla creazione di una valuta internazionale basata sui diritti speciali di prelievo (DSP) del Fondo Monetario Internazionale. Anche perché l’aspetto importante della proposta non è la sua concreta realizzabilità, ma il messaggio lanciato agli Usa e al mondo: l’era del dollaro è finita. L’unica vera nuova Bretton Woods, di cui si è tanto cianciato a sproposito in questi mesi, sarebbe questa: una riforma del sistema valutario internazionale. Precisamente il grande tema che è stato esorcizzato dall’inizio della crisi. La proposta cinese ha incontrato subito approvazione da parte della Russia, e anche da Chavez, che ha avanzato una proposta interessante (anche se interessata): fare in modo che la nuova valuta internazionale sia garantita (come un tempo dall’oro), dalle riserve petrolifere. Anche il premio nobel Stiglitz si è espresso a favore di una profonda riforma del sistema monetario internazionale(15).

In parallelo, si rafforza il ruolo internazionale dello yuan

Perché proprio ora? Perché è forte il timore che il governo Usa, il cui indebitamento cresce in misura preoccupante, possa decidere di risolvere la situazione come altre volte in passato: svalutando drasticamente il dollaro (o addirittura con un default)(16). Cosa che comporterebbe una perdita di valore dei debiti espressi in dollari (a cominciare dai 10mila miliardi di dollari di titoli di Stato Usa in circolazione), e anche delle riserve di dollari nei forzieri delle banche centrali: e in particolare la Cina ha oltre la metà delle sue riserve (del valore di 2.000 miliardi di dollari) impiegate in dollari.
Ma la proposta di riforma del sistema monetario internazionale non è l’unica misura assunta dalla Cina. Abbiamo citato sopra l’accordo valutario con l’Argentina, che segue di pochi giorni analoghi accordi stipulati con Corea del Sud, Malesia, Indonesia, Hong Kong e Bielorussia. L’obiettivo è chiaro: porre le basi per una valuta asiatica imperniata sullo yuan e in grado di competere con dollaro ed euro. Del resto, già da tempo si parla di una Asian Currency Unit, analoga all’Ecu (il progenitore diretto dell’euro) .

Si profila un sistema monetario internazionale in cui i rapporti tra le valute esprimeranno lo scardinamento delle antiche gerarchie economiche. A meno che…

È probabile che la crisi attuale avrà tra i suoi effetti quello di sconvolgere le gerarchie attuali tra le valute. In astratto, tra gli effetti più prevedibili c’è la fine del vero e proprio assurdo economico per cui il Paese più indebitato del mondo esprime anche la principale valuta internazionale di riserva. C’è un unico piccolo problema a complicare il quadro: il paese più indebitato del pianeta è anche quello di gran lunga più armato. Non è una novità. Adolf Hitler decise di dare il via alla Seconda guerra mondiale allorché il suo ministro delle finanze, Hjalmar Schacht, gli comunicò che la Germania era sull’orlo della bancarotta a causa del debito accumulato e della produzione bellica in eccesso.

NOTE

1-Per maggiori approfondimenti sul punto rinvio a: V. Giacché, “Crisi economica e crisi dell’ideologia neoliberale”, in Proteo, n. 3/2008, pp. 83-86 e “Le ragioni della crisi e le ragioni dei comunisti”, comunicazione sulla crisi finanziaria alla Direzione nazionale PdCI, 4 febbraio 2009: http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=5228 .

2-G. Carli (con P. Peluffo), Cinquant’anni di vita italiana, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 412 sg. Corsivi miei.

3-Sul tema vedi A. Burgio, M. Dinucci, V. Giacché, Escalation. Anatomia della guerra infinita, Roma, DeriveApprodi, 2005, e in particolare il cap. 2, “L’economia della guerra infinita”, pp. 113-188. Per una rilettura dei conflitti interimperialistici che tiene conto della dimensione valutaria vedi V. Giacché, La debolezza della forza. L’imperialismo americano e i suoi problemi, in L. Vasapollo (a cura di), Il piano inclinato del capitale. Crisi, competizione globale e guerre, Milano, Jaca Book, 2003, partic. pp. 177 sgg.

4-Z. Xiaochuan, Reform the International Monetary System , 23 marzo 2009 (vedi sul sito della Banca del Popolo cinese: http://www.pbc.gov.cn/english/ ).

5-F. Rampini, “L’Argentina tradisce il dollaro: accordo valutario con la Cina”, la Repubblica, 1° aprile.

6-M. Mackenzie, “Foreign investors slash US holdings”, Financial Times, 17 marzo 2009; F. Russo, “Bernanke gioca il grande bluff”, Finanza & Mercati, 20 marzo 2009; A. Greco, “La Fed che batte moneta allarma i mercati”, la Repubblica, 20 marzo 2009.

7-Vedi ad es. B. Romano, “Dal debito rischi per l’eurozona”, 28 marzo 2009.

8-L. Ahamed, “Subprime Europe”, Herald Tribune, 10 marzo 2009; S. Tong, “Getting a lift from falling dollar”, Herald Tribune, 24 marzo 2009.

9-Cfr. “Single currency gains new appeal for outsiders” e J. Cienski, “Warsaw to speed euro adoption”, Financial Times, 29 ottobre 2008; S. Wagstyl, “IMF urges eastern EU states to adopt euro”, Financial Times, 6 aprile 2009, e “ECB rejects calls for euro short cuts”, Financial Times, 7 aprile 2009.

10-Vedi ad es. “Flucht in Sicherheit belastet Euro”, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 31 marzo 2009.

11-N. Dennis, E. Bintliff, “Sterling pays price for asset purchase plan”, Financial Times, 20 gennaio 2009.

12-R. Sorrentino, “A rischio la moneta del Golfo”, Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2009.

13-R. Sorrentino, “Berna potrebbe innescare una corsa alle svalutazioni”, Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2009.

14-Z. Xiaochuan, Reform the International Monetary System , cit.

15-“China promotes overhaul of global monetary system”, Herald Tribune, 24 marzo 2009; H. Morris, “UN hears calls to end dollar’s reserve status”, Financial Times, 27 marzo 2009: D. Pilling, China is just sabre-rattling over the dollar”, Financial Times, 2 aprile 2009;

16-Y. Qiao, “How Asia can protect itself from a dollar default”, Financial Times, 1° aprile 2009.

Fonte: Marxismo Oggi, agosto 2009