Il bagno di sangue del 28 settembre scorso è solo l’ultimo atto di una crisi che sta facendo precipitare il paese verso il caos, un caos che rischia di travolgere tutta l’Africa occidentale, anzitutto i confinanti Liberia, Costa d’Avorio e Sierra Leone, appena usciti da devastanti conflitti interni, senza dimenticare il Senegal, che non riesce a domare la guerriglia del Casamance, e la Guinea Bissau, da anni in mano ai militari.

Il massacro compiuto dai militari allo stadio di Conakry non è il primo, e certo non sarà l’ultimo se essi non vorranno farsi da parte continuando a calpestare le aspettative popolari. L’ultimo avvenne nel febbraio 2007, quando i militari posero fine con una cruenta repressione ad uno sciopero generale ad oltranza che durava da 18 giorni e che stava per rovesciare il regime corrottissimo e tirannico del vecchio presidente Lansana Conté (salito al potere nel 1984 attraverso un golpe militare).

 

La morte di Lansana Conté, avvenuta nel dicembre 2008, aveva suscitato tra i cittadini della Guinea la speranza che la dittatura fosse finita, ma era un’illusione. Poche ore dopo la scomparsa del tiranno la camarilla militare fece scattare un golpe preventivo, assunse tutti i poteri e trasformò un modesto capitano, Moussa Dadis Camara, in primo ministro.
La giunta militare promise che si sarebbe presto fatta da parte, organizzando regolari elezioni nonché debellato la pandemica corruzione, agito per migliorare le miserabili condizioni di vita della grande maggioranza della popolazione (il reddito procapite è di un dollaro al giorno!), e avviato un piano di opere pubbliche (la gran parte del paese, compresa la capitale, non usufruisce né di energia elettrica, né dispone di acqua potabile).

 

In realtà nulla è cambiato, di qui le proteste di massa di fine settembre, promosse anche in questa occasione dai locali sindacati i quali, a causa della debolezza dei partiti politici, sono stati obbligati a svolgere una funzione di supplenza.
La decisione del golpista Camara di candidarsi alle annunciate elezioni, in ciò ripercorrendo le orme del vecchio tiranno Lansana Conté, sembra far pensare che malgrado il recente massacro la giunta militare sia disposta ad accettare davvero la sfida elettorale. Non è escluso invece che questo sia solo un trucco per prendere tempo, per far passare la buriana e andare incontro alle proteste della “comunità internazionale”, Unione Africana in primis.

 

Il fatto è che in un paese dal capitalismo rachitico, con una borghesia essenzialmente compradora, chi detiene il potere politico arraffa, legalmente o illegalmente, la parte più ingente della ricchezza del paese. Che non viene dall’agricoltura ma dall’industria mineraria. Il sottosuolo della Guinea è infatti ricchissimo di materie prime importanti e strategiche, tra cui anzitutto la bauxite la quale, estratta in miniere in cui vigono condizioni schiavistiche, fluisce in Occidente a prezzi stracciati. Questo flusso alimenta una montagna di denaro, nella forma di mazzette e pizzi ad ogni livello: apparati istituzionali e militari, affaristi, avventurieri, capi tribali. A sua volta il denaro indebitamente accumulato lascia la Guinea e s’invola verso altri lidi, siano essi i paradisi fiscali o le banche occidentali.

 

Quando dunque i cittadini guineani protestano contro la mafia e la corruzione locale, non stanno
parlando di qualche leader corrotto, ma di un vero e proprio sistema, capillare e pervasivo, che vede i capibastone di turno soci in affari delle multinazionali e degli affaristi occidentali. Entrambi ingrassano con la rapina sistematica e il saccheggio delle risorse del paese, quindi sono responsabili
delle miserabili condizioni di vita della gran parte della popolazione.

 

Il conflitto tra il popolo e i militari è dunque, in un certo senso, una forma di guerra di classe, come pure una manifestazione della resistenza antimperialista. Quali che siano i limiti dei dirigenti sindacali che da tempo si trovano alla testa delle mobilitazioni popolari, queste hanno dunque il diritto di essere pienamente sostenute.

 

I satrapi al potere nei paesi confinanti non nascondono la loro preoccupazione per l’evoluzione della crisi in Guinea. Tutta l’Africa occidentale è come un sistema di vasi comunicanti. Le frontiere che li dividono sono sempre state porose, e porose gli sciacalli imperialisti e i loro proconsoli vogliono che tali restino, perché da esse passano illegalmente flussi ingenti di diamanti, materie prime strategiche e, da qualche anno, un fiume di cocaina che proveniente dalla Colombia e diretto in Europa, fiume che ha contribuito ad accrescere la corruzione e l’illegalità, trasformando in alcuni casi questi pseudo-stati in vere e proprie filiali dei cartelli.

 

Ma il carattere aleatorio di questi Stati è causato anche dalla intercompenetrazione etnica di questi paesi. Diverse sono le “etnie” e le tribù che vivono al di qua e al di là delle frontiere e i cui notabili sono pronti a vendersi al miglior offerente, quasi sempre affaristi e compagnie imperialistiche, di cui i militari dei vari paesi sono nulla più che intermediari.

 

Il rischio che il conflitto in Guinea si estenda e infiammi nuovamente tutta l’Africa orientale dipende anche dal fatto che esso, oltre che scontro politico, è anche conflitto etnico. I circoli dominanti in Guinea appartengono al gruppo dei Soussou, che a malapena rappresenta il 10% della popolazione. Una minoranza quindi, ma dominante. Gli altri due gruppi etnici più numerosi, i Peul e i Malinke, sono discriminati, e non a caso rappresentano il grosso delle mobilitazioni popolari. Se il dittatore Dadis Camara non si farà da parte, il rischio che lo scontro degeneri in un fratricidio interetnico, come accadde in Costa d’Avorio, è quindi altissimo, con la possibilità  che la cosiddetta “comunità internazionale”, magari tramite l’Unione Africana, pur di assicurare il flusso di materie prima verso l’Occidente, ponga il paese sotto il proprio protettorato.