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Groviglio perfetto?

Quattro scenari per il dopo voto sulle (contro)riforme costituzionali di settembre: 3 sono (quale più, quale meno) sfavorevoli a Renzi, il quarto potrebbe essergli fatale

Renzi ostenta sicurezza. Glielo impongono tanto le regole della comunicazione politica, quanto l’innato bullismo. Ma questa volta la situazione appare davvero complicata. Il segretario del Pd ha voluto troppo, per i suoi interessi di potere come per le sue spicciole esigenze di propaganda. La risultante è che adesso i nemici sono davvero tanti, e potrebbero coalizzarsi.

Il decisivo passaggio che si approssima all’orizzonte è ovviamente quello delle (contro)riforme costituzionali. Originariamente il voto del Senato era previsto per luglio, poi la debacle elettorale di maggio ha imposto lo slittamento a settembre, alla ripresa dell’attività parlamentare dopo la pausa estiva.

Il momento della verità è dunque assai vicino. La notizia di venerdì è che la minoranza del Pd ha annunciato che i senatori a favore del Senato elettivo – e dunque contrari al progetto renziano – avrebbero raggiunto quota 170, ben al di là della soglia di maggioranza di 160. Tra questi gli appartenenti al gruppo Pd sarebbero 28. Un bel campanello dall’allarme. Rilanciato con grande evidenza da la Repubblica, che ha dedicato alla questione le prime quattro pagine dell’edizione di ieri.

Il giornale enfatizza nei titoli il gran numero di emendamenti proposti – mezzo milione in commissione, mentre ne vengono annunciati addirittura 6 milioni in aula – ma è chiaro come il problema per il governo non è l’ostruzionismo, bensì la convergenza tra le opposizioni e la minoranza Pd su un punto ben preciso: il ripristino dell’elettività popolare del Senato. Un punto sul quale anche la demagogia populista di Renzi avrà le sue difficoltà a spiegare agli italiani il perché di un’assemblea di nominati.

Naturalmente i giochi sono ancora aperti. Tante volte la minoranza Pd si è disgregata al momento decisivo. Tante altre sono arrivati in soccorso i voti di una parte di Forza Italia. Ma questa volta anche il supporto esplicitamente garantito dalla pattuglia dei verdiniani potrebbe non essere sufficiente. Lo vedremo a settembre, ma intanto proviamo ad immaginare i possibili scenari.


Gli scenari

Scenario n. 1: la controriforma passa senza modifiche sostanziali

E’ ovviamente lo scenario preferito da Renzi. Quello su cui mostra a tutt’oggi di puntare. La scommessa è che la minoranza Pd rivelerà al dunque il coraggio di sempre, mentre altri senatori cederanno alla fine di fronte alla prospettiva dello scioglimento anticipato delle Camere. E’ la ben nota teoria craxiana del “tacchino”, in base alla quale così come il gallinaceo dal collo bitorzoluto teme il Natale, i parlamentari tendono ad avere identico terrore delle elezioni. Il fatto è che questa volta i “tacchini” sono comunque in un cul de sac. Da un lato la prospettiva elettorale, che certo non gradiscono; dall’altra la loro drastica riduzione numerica, dai 315 attuali ai 100 del progetto governativo. Una scelta comunque non facile. C’è dunque da dubitare che Renzi riesca nel suo intento, ma anche se ce la facesse i problemi sarebbero solo rimandati (vedi più avanti).

Scenario n. 2: la controriforma passa con modifiche concordate con la minoranza del Pd

Il capo del governo si mostra schifato davanti a questa possibilità. Che pure, a ben vedere, potrebbe rappresentare per lui il male minore. La minoranza del suo partito chiede il Senato elettivo, ma possono esserci vari modi (e vari trucchi) per dire che il Senato è elettivo. Si discute, ad esempio, di un “listino” da abbinare alle elezioni regionali. In questo modo il Senato non sarebbe davvero elettivo (né la sua composizione proporzionale), ma l’elettore conoscerebbe i nomi dei papabili legati ad ogni lista regionale. Un marchingegno inqualificabile dal punto di vista costituzionale, una cosa degna del peggior azzeccagarbugli di provincia, e tuttavia il massimo che i “riformatori” del cerchio magico renziano sembrano disposti a concedere. Basterà alla minoranza Pd? Non lo sappiamo. Roberto Speranza dice che questa volta sono «determinati ad andare fino in fondo», ma i precedenti lasciano dei dubbi. Più realisticamente, è ben possibile che Speranza ed altri non si facciano convincere, ma è altrettanto possibile che una parte dei senatori dissidenti scelga di rientrare nei ranghi. In ogni caso – ed è questo che qui interessa – per ricompattare il Pd il suo segretario dovrà fare delle concessioni, mostrando così la sua attuale debolezza. Un prezzo da pagare per portare in porto la controriforma, salvando al tempo stesso il governo.

Scenario n. 3: la controriforma passa con un nuovo accordo con Berlusconi

Come da manuale andreottiano, Renzi ha infatti un altro forno presso il quale acquistare il pane. Ed è un forno che il fiorentino ha mostrato in passato (ma anche recentemente sulle nomine Rai) di preferire. E’ il forno del suo grande ispiratore. Il problema è che il fornaio Berlusconi è tutto fuorché un fesso. O meglio, un po’ fesso nei mesi scorsi lo è stato (per quali ragioni solo lui lo sa), ma proprio per questo ora vuol correre ai ripari. La “fesseria”, probabilmente motivata da chissà quale promessa del suo giovane imitatore, è consistita nell’approvazione della legge elettorale (Italicum) nella versione più favorevole a Renzi. Più esattamente nell’accettazione del premio di maggioranza alle singole liste anziché alle coalizioni. Ora però, tanto più dopo i risultati delle elezioni regionali, Berlusconi ha ben chiaro l’obiettivo da perseguire. Come ricorda il fido Toti, sempre su Repubblica, se Renzi vuole i voti di Forza Italia sulla controriforma costituzionale, si deve modificare l’Italicum per tornare al premio di coalizione. Questo lo scambio che certo andrebbe bene dalle parti di Arcore, ma che sarebbe assai pesante per il presuntuoso inquilino di Palazzo Chigi.  

Scenario n. 4: la controriforma non passa

L’arroganza di Renzi ci porta a non escludere questo scenario. Apparentemente la cosa sembra un po’ folle. Perché mai rifiutare ogni compromesso? E ancora: perché mai battere la testa contro il muro, quando basterebbe separare esplicitamente le sorti del governo da quelle della controriforma? In fondo le modifiche costituzionali sono (più esattamente, dovrebbero essere) tipica materia parlamentare, come gli ricorda continuamente la minoranza del suo partito. E Renzi potrebbe pur sempre recitare la parte del “riformatore” tradito dagli infidi parlamentari, ma costretto dal senso di responsabilità a restare in sella. In realtà questa via d’uscita non sembra troppo probabile. Il fatto è che, alla lunga, la propaganda si paga. E un Renzi sbeffeggiato dai senatori che lui voleva abolire, meglio ancora “rottamare”, sarebbe per lui un prezzo troppo alto da pagare.


Ricapitoliamo

Negli scenari 2 e 3 Renzi, venendo meno alla sua nomea di decisionista ed “asfaltatore” va alla mediazione. Nel primo caso con la minoranza del suo partito, accettando l’elettività del Senato; nel secondo con Berlusconi, concedendogli l’agognata modifica dell’Italicum. In entrambi i casi (ma di più nel secondo) Renzi ne uscirebbe senza dubbio indebolito. Per questo cercherà in ogni modo di non scendere a compromessi, aprendo così la strada ad una scommessa per lui assai rischiosa. Una scommessa che ammette due soli risultati: o la vittoria piena o la sconfitta aperta.

Paradossalmente, ognuno di questi due esiti – dunque anche quello vittorioso – presenterà a Renzi scenari assai pericolosi. Mentre la sconfitta aperta ci porterebbe ad una sorta di groviglio perfetto, la vittoria piena a settembre 2015 potrebbe rivelarsi fatale nel referendum confermativo dell’anno dopo.

Infatti, una cosa è approvare una “riforma” costituzionale, per quanto orribile, con un’ampia maggioranza. Altra cosa approvarla in pratica con i voti di un solo partito, e per giunta neppure tutto. Un partito del 25%, sovra-rappresentato in parlamento solo grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta…

Ovvio che, in caso di compromesso, le forze coinvolte nel voto parlamentare si schiererebbero a favore nel referendum. Altrettanto ovviamente, queste forze si pronuncerebbero per il no in caso di mancato accordo. Aggiungiamo poi che se Renzi raggiungesse la maggioranza dei due terzi in entrambe le camere il referendum non sarebbe più previsto (art. 138 della Costituzione). E’ vero che il Bomba ha promesso comunque il suo svolgimento, ma si può sempre cambiare idea…

Dunque, qualora non vi sia un accordo capace di allargare la maggioranza, l’eventuale vittoria di Renzi a settembre potrebbe rivelarsi la classica vittoria di Pirro un anno dopo. Ma cosa succederebbe, invece, nel caso di una sconfitta parlamentare di Renzi a settembre? Abbiamo già parlato di groviglio perfetto. Vediamo il perché.


Groviglio perfetto

Molti dicono che, secondo un classico schema populista – quello in base al quale il leader si rivolge direttamente al popolo –, a Renzi non parrebbe vero di avere la possibilità di andare rapidamente alle elezioni per chiedere un mandato per asfaltare definitivamente i suoi avversari. Non sottovalutiamo affatto l’efficacia di un simile messaggio, ma le cose non sono così semplici.

Intanto si andrebbe a votare per entrambe le camere, in un sistema che resterebbe bicamerale perfetto. Da qui l’esigenza, per governare, di vincere anche al Senato. Ma l’Italicum è stato pensato per una sola camera, e comunque la sua entrata in vigore è prevista dalla legge per il primo luglio 2016. In teoria, se davvero si volesse andare alle urne in autunno, o al più la prossima primavera, si dovrebbe votare con il Consultellum sia per la Camera che per il Senato. Il Consultellum non prevede premi di maggioranza, e dalle elezioni scaturirebbe comunque un governo di coalizione. Che non necessariamente vedrebbe Renzi alla guida. E’ davvero così allettante la prospettiva elettorale per il fiorentino?

Resta però un’altra possibilità, quella di una crisi di governo che conduca ad un Renzi 2, ovviamente con una maggioranza di “larghe intese” includente Forza Italia. A quel punto, però, Berlusconi tornerebbe a porre come pregiudiziale la richiesta della modifica dell’Italicum. Per il Bomba un vero e proprio incubo. Per dirla con il suo linguaggio da bambinone, anche ieri ripetuto dalla replicante Serracchiani a proposito dell’amata controriforma: «Sarebbe come a Monopoli, quando sei costretto ad andare a Vicolo Stretto senza passare dal via».

Davvero non sappiamo come l’eventuale groviglio perfetto verrebbe sbrogliato. E’ chiaro comunque come a quel punto entrerebbero in gioco tutti i poteri forti interessati alla partita. Da quelli nazionali, a quelli europei, a quelli d’oltreoceano. Domanda: per costoro Renzi è ancora insostituibile? A giudizio di chi scrive sì, per il momento lo è. Altro non fosse che per l’attuale inesistenza di alternative altrettanto efficaci dal punto di vista degli interessi strategici del blocco dominante. Una (momentanea) mancanza di alternative che rende ancor più difficile la risoluzione del problema. Sempre che si realizzi lo scenario n. 4.


Conclusioni

In ogni caso, se quel che abbiamo fin qui sostenuto è fondato nella sostanza, inizia per Renzi una stagione di guai. Ma sbaglieremmo a pensare che il suo ciclo sia già destinato all’esaurimento per l’esplosione delle contraddizioni interne del sistema. Queste contraddizioni ci sono, sono forti, e rese acute dal pressappochismo della banda renziana. Ma tutto questo non basta. Occorre la rinascita del protagonismo sociale, la scesa in campo della maggioranza (per ora troppo silenziosa) di chi è colpito dalla crisi. Occorre la lotta al potere delle oligarchie, in particolare a quelle di matrice eurista. Occorre la proposta di un’alternativa politica e sociale. Ed alla fine ci vorrà una decisiva sollevazione popolare.

A molti questi obiettivi sembreranno di certo lontani ed utopistici. Tra i nemici da battere uno dei più insidiosi è infatti il pessimismo. Una forma mentis perniciosa che tende a vedere il nemico come invincibile anche quando questo è invece in difficoltà. Proprio per questo non bisogna mai stancarsi di cogliere i punti deboli dell’avversario, senza però mai illudersi che le sue contraddizioni interne siano sufficienti ad assicurare la vittoria.

Tornando al tema di questo articolo, vedremo ben presto come andranno le cose, ma la vicenda della controriforma costituzionale, e l’incipiente crisi politica che trascina con sé, ci dimostra ancora una volta come nella crisi generale in corso si intreccino in realtà tre più specifiche crisi: quella economica, quella sociale e, appunto, quella politica.

Chi pensava che almeno quest’ultima fosse stata risolta dall’uno-due renziano (legge elettorale truffa più controriforma costituzionale), il tutto condito con la costruzione di un mono-partitismo perfetto di marca Pd (il Partito della Nazione), è destinato a restare deluso. E questa è già una buona notizia.

 

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