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Libia

L'altra storia della guerra in Libia

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Intervista di PeaceReporter a Paolo Sensini, autore di Libia 2011, che denuncia una verità sommersa dietro il cambio di regime a Tripoli

La guerra in Libia è finita. Questo almeno raccontano, o non raccontano, i media internazionali. Il dittattore è morto, la democrazia ha trionfato e adesso si lavora alla costruzione della nuova Libia. Ci sono, però, voci fuori dal coro. Una di queste è quella di Paolo Sensini, saggista e scrittore, autore del libro Libia 2011, edito da JacaBook. Sensini, intervistato da PeaceReporter, racconta le sue indagini sui motivi reconditi di quella che ritiene un'azione volta ad eliminare Gheddafi e delle motivazioni che ne hanno deciso la fine. Dopo aver visto di persona la situazione, in quanto membro della Fact Finding Commission on the Current Events in Libya.

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Tawergha. Genocidio nella “nuova” Libia

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Denunce inascoltate fin da giugno. Gli ex “ribelli” di Misurata hanno espulso, derubato (con molte uccisioni) gli abitanti di un’intera città nera vicino Misurata. E a metà settembre Jibril aveva dato via libera

Insieme a Sirte assediata e distrutta, Tawergha, la città dei neri libici, diventa il simbolo della Libia “liberata” grazie alla Nato. Situata a qualche decina di chilometri da Misurata, Tawergha contava circa 30mila abitanti, in gran parte libici di pelle nera: nacque nel XIX secolo come città di transito nel traffico degli schiavi. E “schiavi” (abeed) è l’insulto che più ricorre sui muri della città dopo la conquista in agosto da parte delle truppe dei “ribelli della Nato” provenienti da Misurata. Il suo nome è stato cancellato sul cartello stradale e sostituito da “Nuova Misurata”.

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Lo stile caritatevole della Nato

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Giovedì ho passato molte ore alla televisione per cogliere momento per momento gli sviluppi dell'assassinio di Gheddafi. Volevo registrare nella mia memoria non solo l'atroce devastazione del corpo di Gheddafi, ma anche i commenti dei responsabili dell'assassinio, a cominciare da Barack Obama e per finire con il raffinato e virile ministro degli esteri italiano, Franco Frattini. Per non parlare dell'innominabile presidente del Consiglio italiano che per congratularsi con gli assassini ha usato con ignobile viltà la massima: sic transit gloria mundi.

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L'esecuzione

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Muammar Gheddafi è stato ucciso quest'oggi a Sirte. Poco importa se i killer siano stati o meno gli uomini del Cnt, o magari qualche unità speciale delle forze Nato che hanno aggredito la Libia nel marzo scorso. Di sicuro gli imperialisti hanno dato il loro benestare. I toni dei leader politici occidentali, ed il vergognoso comportamento della stampa, non lasciano spazio ai dubbi: l'esecuzione di Gheddafi e (a quanto pare) di alcuni dei suoi più stretti collaboratori, nonché del figlio Mutassin, viene apertamente rivendicata come passaggio decisivo verso la «stabilizzazione» del Paese, verso cioè la piena presa di possesso da parte della coalizione imperialista.

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Com’era bello il colonialismo

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A Roma, il centenario dell'occupazione coloniale italiana della Libia è stato ignorato. In compenso è stato celebrato a Tripoli, l'8 ottobre, dal presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil e dal ministro della difesa Ignazio La Russa. Quella del colonialismo italiano, ha dichiarato Jalil, fu per la Libia «un'era di sviluppo». Infatti, «il colonialismo italiano portò strade e palazzi ancora oggi bellissimi a Tripoli, Derna, Bengasi; portò sviluppo agricolo, leggi giuste e processi giusti: i libici questo lo sanno benissimo». «Rilettura storica» altamente apprezzata dal ministro La Russa: «La storia coloniale europea la conosciamo bene, anche con le sue ombre, però l'Italia ha lasciato un segno di amicizia». Si tratta, a questo punto, di riscrivere i nostri libri di storia.

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