Gran Bretagna - Perché cresce il British National Party

Venerdì 20 febbraio si sono svolte le elezioni comunali a Swanley, una piccola cittadina di 20mila abitanti nella contea del Kent, sud della Gran Bretagna. Una zona  tradizionalmente laburista. La stampa inglese ha dato grande rislato al piccolo ma sintomatico terremoto elettorale avvenuto: l’estrema destra nazionalista del British National Party  (BNP) ha ottenuto un “sorprendente” 41% dei voti. Se teniamo conto che il BNP aveva già sfondato nelle contee settentrionali di Barking e Dagenham, si può comprendere perché l’oligarchia bipolare inglese sia presa dal panico.

La stampa inglese ha lanciato l’allarme, quella liberal in particolare puntando l’indice contro la strisciante “fascistizzazione del proletariato bianco inglese”, oramai vittima di pulsioni razziste e xenofobe. In effetti il successo del BNP si spiega anzitutto con il consenso che va ottenendo, non tanto tra le fila del nuovo ceto medio, che pure si sta impoverendo, ma tra quelle degli operai e, in genere, degli strati più umili della società inglese. Non che il BNP non abbia in altre occasioni ottenuto successi elettorali in alcune elezioni locali. Questa impennate risultarono tuttavia sempre effimere. Oggi è diverso. Oggi il sistema capitalistico inglese subisce una crisi senza precedenti, tutto il modello sociale neoliberista sta andando in frantumi, e l’indice di questa implosione sta nelle cifre che quantificano l’impoverimento di ampi strati della popolazione che colpisce anzitutto i settori più deboli e meno tutelati, quelli che campano vendendo la loro forza lavoro e non hanno risparmi da parte, al contrario, mutui e debiti da onorare, vuoi per sostenere i consumi, vuoi per comprarsi una modesta casetta o un appartamento.

La stampa inglese, certo non provinciale e superficiale come quella nostrana, ha stabilito l’analogia tra il BNP e altri movimenti xenofobi sorti in Europa negli anni ‘80 e ‘90, proprio in parallelo all’avvento dell’Unione Europea. Il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, l’NPD tedesco, la destra di Jörg Haider in Austria, la Lega Nord in Italia, il Partito del Popolo Danese di Pia Kjærsgaard, il Movimento Patriottico Popolare Finlandese, il Fronte Ellenico in Grecia, o il Partito della Grande Romania. Certo esistono grandi differenze tra questi movimenti, ma essi sorgono dalla medesima spinta sociale, l’impoverimento crescente di ampi strati di popolazione lavoratrice, e hanno solidi tratti comuni, tra cui il principale, l’antagonismo verso gli immigrati e il rifiuto delle politiche cosiddtte europeiste e neoliberali, con la parallela invocazione di un ritorno a politiche nazionali e protezionistiche.

Riprendiamo da La Stampa del 22 febbraio: «Per capire come sta reagendo alla crisi la fascia medio bassa (che è un eufemismo che sta per proletariato, N.d.A) della società anglosassone bisogna venire qui, nei quartieri operai un tempo roccaforti del partito laburista, dove la destra guadagna terreno sugli avversari percepiti come “amici dei banchieri”. Matthew Heppre, 39 anni, fa il magazziniere in un supermercato: “Sono figlio di laburisti, cresciuto tra i laburisti e ho sempre votato laburista, ma quando ho visto come il governo ha favorito i lavoratori stranieri nel Lincolnshire (in riferimento alla raffineria Total che licenzia dipendenti inglesi a favore di imprese italiane con maestranze anche portoghesi e polacche, N.d.A) mi sono sentito tradito. Meno male che non ci sono elezioni vicine, oggi a caldo sceglierei il National Party».

Riusciranno questa volta laburisti e conservatori ha recuperare questo profondo malessere sociale? Noi crediamo di no, e crediamo di no perché la crisi non sarà passeggera ma duratura e devastante. Evitare lo scivolamento delle fasce sociali proletarie ovvero più povere, su posizioni reazionarie, sarà possibile soltanto a forze politiche anticapitaliste e socialiste che sappiano non solo rappresentare il malessere e la protesta latente, ma che le sappiano indirizzare verso una radicale fuoriuscita dal sistema capitalistico. I socialisti e i comunisti parolai, ovvero vecchia maniera, prigionieri del legalismo e del politicamente corretto, già in preda ad un profondo declino, non riusciranno per il momento a risorgere. Una chance ce l’hanno appunto le forze anticapitaliste sinceramente rivoluzionarie.

Ma questa forze si scordino di potere intercettare la latente ondata di proteste sociali che nei prossimi mesi prenderanno piede in Europa se pensano di riproporre a pappagallo il loro tradizionale impianto programmatico. Alcune classiche proposte di socializzazione sono certamente attuali, come pure l’orizzonte socialista non deve essere gettato nel dimenticatoio. Il nodo cruciale è presentare ai cittadini un programma d’emergenza, poiché l’Europa popolare tutta è in una inedita situazione storica di pericolo, di catastrofe imminente. Quattro sono le grandi minacce e ad esse vanno trovate adeguate risposte, qui e ora. Quella della catastrofe economica e sociale, quella di una irreversibile crisi ambientale, quella di una barbarica crisi della democrazia ed infine, siccome siamo in un contesto sistemico imperialista, la minaccia di una guerra mondiale (di civiltà anche) prolungata e devastante.

Vanno indicate risposte per evitare questa catastrofe, che siano al contempo di rottura e concrete, e questo implica tenere conto delle peculiarità della crisi che viviamo, tra cui anche il problema dell’immigrazione, che non va visto solo dal lato dei diritti intangibili degli immigrati, ma anche dal lato dei diritti acquisiti dai lavoratori europei, che subiscono la gestione capitalistica dell’immigrazione, utilizzata appunto per abbassare i salari, liquidare il sindacalismo di classe e quindi trasformare il proletariato in una nuova classe di schiavi senza diritti e in conflitto fra loro.

 

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