Kabul è caduta senza combattere. Più che una ritirata quella degli americani è stata una disfatta. L’esercito organizzato da Usa e Nato per vent’anni si è dissolto come neve al sole, al pari del governo fantoccio che doveva guidarlo. Siamo di fronte ad un evento che resterà sui libri di storia. Una ripetizione, anche dal punto di vista scenografico, della fuga da Saigon (oggi Città Ho Chi Minh) del 1975.

Di fronte ad un esito come questo non mancheranno di certo le occasioni per riflessioni più approfondite. Qui limitiamoci ad alcune considerazioni di carattere generale.

A vent’anni esatti dall’inizio della “Guerra Infinita”, proclamata da Bush dopo l’11 settembre, il bilancio per gli Usa è sostanzialmente fallimentare. Se in Iraq la capacità di manovra politica ha bilanciato in parte l’impossibilità di mantenere il controllo militare del territorio, in Afghanistan la sconfitta è stata totale. La conclusione è che anche la più forte superpotenza di ogni tempo può essere battuta dalla resistenza popolare.

La vittoria dei Tabilan questo è. Senza un fortissimo appoggio popolare non si spiegherebbe del resto la conquista a cascata, praticamente senza bisogno di combattere, delle principali città del paese.

E’ questo un “dettaglio” sistematicamente omesso da tutti i media occidentali. Questi falsari professionali non possono nascondere la portata della disfatta, ma glissano bellamente sul suo significato politico. Meglio prendersela con i Taliban come espressione di un non meglio specificato “ritorno al Medio Evo”.

La realtà è che il fallimento americano – ma potremmo dire, più correttamente, occidentale – è stato anche di natura culturale. Dietro alla retorica dell’esportazione della democrazia, merce che ormai in occidente appare avariata assai, c’era in realtà l’idea di una occidentalizzazione dei costumi e dei consumi. Anche qui il fallimento è stato totale, segno di come le imposizioni generino sempre opposizione e resistenza.

Naturalmente la clamorosa sconfitta di Stati Uniti e Nato ha anche altre ragioni. Se per vent’anni reggi il tuo potere su un governo corrotto e sul lauto finanziamento dei “Signori della Guerra”, non puoi pensare che esso resti in piedi nel momento che cominci a chiudere quei canali di foraggiamento. Non solo, se per vent’anni hai portato solo guerra, lasciando la stragrande maggioranza degli afghani nella più nera povertà, non puoi poi stupirti se questi vedono nei Taliban una possibile via di uscita a questo disastro.

Quest’ultimo punto è probabilmente il più ostico, il più difficile da capire per gli occidentali. Ma già prima del 2001 il governo talebano aveva ridato al paese – provato anche allora da decenni di guerre – un minimo di speranza.

Vedremo come andrà stavolta, se gli annunciati (e non certo disinteressati) investimenti cinesi riusciranno a dare almeno un po’ di sollievo a questo popolo stremato. Di certo la speranza della pace è stato uno dei carburanti che ha portato i Taliban a Kabul.

La superpotenza americana ha dunque subìto la più clamorosa delle sconfitte. Vedremo adesso risorgere le più diverse spinte revansciste, probabilmente non solo negli Stati Uniti. Come antimperialisti non possiamo che essere felici della vittoria di una guerra di liberazione durata così a lungo. A volte l’imperialismo si rivela davvero come una “Tigre di carta”.