Dopo le buffonate di Confindustria e soci, è possibile discutere seriamente del piano straordinario di investimenti pubblici di cui ha bisogno l’Italia?

Per una strana congiunzione astrale, più esattamente per un’insolita congiuntura politica, sono tornati inopinatamente di moda gli investimenti pubblici. Peccato che tanti li vogliano solo su misura, ritagliati in base ai loro specifici interessi. Generalmente interessi economici, talvolta accompagnati da obiettivi strettamente politici.

Sta di fatto che, all’improvviso, tutti si son messi a parlare di investimenti. Bene, ma un po’ d’ordine va fatto. Parla di investimenti il governo, anche se per ora ha messo in cantiere ben poco. Ma ne parlano pure le sfiatate opposizioni, tanto per dire che il governo non gli sta dando la giusta importanza. Parlano di investimenti gli eurofili d’ogni razza e tendenza, giusto per contrapporli a reddito di cittadinanza e “quota 100”, sempre dimentichi però del fatto che gli investimenti pubblici son crollati proprio a causa dell’accettazione di quelle regole dell’ordoliberismo euro-germanico che tanto amano.

Nel nostro piccolo, vorremmo parlare di investimenti pure noi, ma per farlo in maniera adeguata dobbiamo prima mettere i puntini su parecchie “i”.

Partiremo allora dal contesto politico, arrivando alle cose serie (il piano di investimenti da fare), solo dopo aver liquidato quelle non serie, rappresentate oggi dal pittoresco “Partito del Pil“, una delle più disoneste congreghe messe in piedi dall’inizio del secolo, che pure di buffonate ne ha già proposte diverse.

Dire sì agli investimenti pubblici è dire no all’Europa

O si parte da questo dato di fatto, o non si va da nessuna parte. L’austerità targata euro, le rigide regole di bilancio imposte all’Italia dall’UE, hanno dato i loro frutti: dai 56,12 miliardi (md) del 2009 si è così passati ai 40,12 md del 2017 (-29%). Una decurtazione di sedici miliardi, che va avanti da diversi anni grosso modo nella stessa misura, che ha contribuito pesantemente alla riduzione sia del Pil che dell’occupazione. Di questo dobbiamo dire solo grazie all’Europa.

Illuminante è il dettaglio di questo disastroso andamento, suddiviso per le principali voci di investimento. Così ne ha parlato il Sole 24 Ore del 7 luglio scorso:
«Per le infrastrutture, i 5 miliardi stanziati nel 2017 significano una flessione del 20,7% rispetto a dieci anni fa, e fanno il paio con il -19,8% che si incontra alla casella “mobilità e trasporti“; la “difesa del territorio” fa segnare un -32,2%, mentre il capitolo su “ambiente e sviluppo sostenibile” finisce più che dimezzato (-54%). In controtendenza è la spesa per “competitività e sviluppo delle imprese“, che mostra un balzo del 38% e apre la classifica delle “missioni” per valore. Ma la spiegazione è semplice: la voce copre anche gli interventi per la ricostruzione delle attività economiche, e il suo motore sono stati i terremoti degli ultimi anni».   

Adesso il governo gialloverde si è posto ufficialmente l’obiettivo del rilancio degli investimenti pubblici. Il ministro Savona ha più volte parlato della necessità di ritornare almeno a 50 miliardi annui, includendo però in questa cifra pure gli investimenti delle aziende controllate dallo Stato (valutati in 8 md). Nel Programma di bilancio inviato a Bruxelles a metà ottobre, il governo ha indicato investimenti aggiuntivi per 3,4 md nel 2019, 5,6 md nel 2020, 6,4 md nel 2021, per un totale di 15,4 md aggiuntivi nel triennio. Si tratta, in tutta evidenza, di cifre troppo modeste, assolutamente inadeguate ad invertire l’attuale depressione economica. Un incremento del tutto insufficiente a fronte delle necessità più urgenti di un Paese disastrato nelle sue infrastrutture da un decennio di tagli e di austerità.

Il quadro è dunque chiaro: il governo vorrebbe invertire il trend negativo degli investimenti, ma non può farlo in maniera adeguata se non rompe seriamente con la gabbia europea. Gira e rigira sempre lì si torna. E, naturalmente, il pantano della trattativa con Bruxelles, in cui l’esecutivo è andato ora a cacciarsi, non lascia presagire nulla di buono. La partita degli investimenti non è infatti diversa da quella contro la Fornero e per il reddito delle fasce più povere. Arriviamo così a chi, come Confindustria, reclama più investimenti, ma invitando il governo a piegarsi quanto prima ad ogni richiesta della Commissione europea. Lorsignori badano esclusivamente ai loro interessi, il che non stupisce, ma la smettessero almeno di prendere per i fondelli!

Oggi le comiche: il “Partito del Pil

L’inserto economico del Corsera del 3 dicembre dedica al tema le prime 7 pagine (sette). «Il partito del Pil si mette in marcia», questo il titolo di copertina che non ammette dubbi, né viene vagamente sfiorato dal senso del ridicolo.

Due le tesi fondamentali di questo disinteressato “partito“. Primo, ogni investimento è buono a prescindere; secondo, chi vi si oppone, per qualunque motivo lo faccia, ha sempre torto.

Di fronte ad una simile faccia tosta discutere non è facile. Costoro vorrebbero dividere l’Italia in due: il partito del “fare” e quello del “no”. Fare che cosa, per quale scopo, non importa. Tantomeno andare a vedere le ragioni del no. Nella recente manifestazione a favore della Tav c’era un cartello che ben sintetizzava il sentire dei partecipanti: «Sì Tav – Sì tutto». Ma tutto cosa? Tutto, come se edificare un ospedale fosse la stessa cosa che costruire un inceneritore od una fabbrica di mine antiuomo.

E’ chiaro come con un simile atteggiamento si rifiuti ogni discussione nel merito dei singoli progetti. Il caso della Tav è a questo proposito illuminante. Come ha ben scritto Aldo Zanchetta, quando trent’anni fa nacque l’idea della Tav Torino-Lione si prevedeva un forte aumento del traffico merci in quel tratto, aumento che invece non c’è stato, dato che il volume delle merci trasportate lungo quel tragitto è rimasto lo stesso di prima e la linea ferroviaria esistente è semmai sotto-utilizzata. Dopo 30 anni (trenta) non sarebbe il caso di discutere ragionevolmente di tutto ciò, magari mettendo sul piatto il danno ambientale connesso all’opera nonché la spesa elevata che comporta (oltre 26 miliardi il costo complessivo stimato ad oggi)? No, non si può, ce lo impone il “partito del Pil“, mica scherzi.

Di fronte a tanta protervia – “noi siamo il partito del Pil, voi quello dei fannulloni” – ci sarebbe ben poco da fare oltre a mandare a quel paese chi manifesta simili pretese. Ma all’arroganza costoro sommano una certo involontaria comicità, che ci par doveroso segnalare. Partito del Pil? Industriali, manager, giornalisti, piddini e forzaitalioti, più il pattume vario raccoltosi in questa occasione: sarebbe questo il partito del Pil? Ma se sono stati proprio loro, con il loro eurismo sfegatato, i principali sostenitori della cura austeritaria imposta all’Italia, quella che ci ha fatto perdere un 25% di Pil potenziale, quella che vorrebbero anche oggi continuare scardinando la pur debole inversione di tendenza impostata dal governo! Insomma, di fronte a tanta disonestà intellettuale proprio non ci sono parole adeguate.

Ecco, chiarito che la nostra visione è diametralmente opposta a quella di questa danarosa feccia, possiamo ora passare alle cose serie. Cioè a quale piano di investimenti bisognerebbe lavorare, fermo restando il fatto che senza fare i conti con l’UE, cioè senza avviare il necessario percorso di uscita dall’euro e dall’Unione, nessun piano di questo tipo potrà mai essere sviluppato in maniera seria.

Quale piano di investimenti?

Ovviamente questo è solo un articolo che ha l’intento di sviluppare un ragionamento sul tema, non certo l’assurda pretesa di fornire risposte esaustive. Alcune cose però ci sentiamo di dirle. E lo facciamo partendo non dal Pil, ma dalle profonde esigenze sociali maturate da tempo, ed ancor più nelle vicende della lunga crisi italiana. Il Pil, dunque l’occupazione, con uno sviluppo finalizzato al benessere collettivo e non all’interesse di pochi, alla fine non potrebbe che beneficiarne in maniera ben più consistente del “Sì a tutto” dei manifestanti pro-Tav.

Chiariamo adesso un’altra cosa. Chi scrive non si appassiona molto alla dicotomia “grandi opere”-“piccole opere”. Ovviamente le “grandi opere” richiedono valutazioni di impatto ambientale ben più accurate. E sappiamo che nel capitalismo dietro alle “grandi opere” vi sono in genere grandi avvoltoi, ma il problema fondamentale non è la grandezza di un’opera, bensì la sua bontà – o viceversa la sua negatività – ai fini sociali. Giusto per fare un esempio, l’Acquedotto Pugliese fu certamente una grande opera. Lo fu all’epoca e lo sarebbe ancora oggi, ma non ho mai sentito nessuno metterne in discussione la positività. Questo in generale, perché invece problemi specifici vi sono anche in quel caso, com’è però inevitabile che sia. Ma una cosa è gestire al meglio questi problemi, nell’interesse della collettività; altra cosa è avviare opere (grandi o piccole che siano) la cui sostanziale inutilità, o addirittura la loro negatività, sia già sostanzialmente accertata in partenza.

Tuttavia, se andiamo nel concreto, ci accorgiamo che quel che serve oggi è principalmente un grande piano di “piccole e medie opere”. Non il gigantismo della cattedrale nel deserto, ma un intervento pianificato e programmato da uno Stato che ritorni a fare politica economica nel senso più alto del termine.

Ma veniamo al dunque. Quali sono i principali settori su cui dovrebbe concentrarsi, e suddividersi, un grande piano statale di investimenti? A parere di chi scrive sono cinque: il sistema energetico, i trasporti, la sicurezza idrogeologica, quella antisismica, più il necessario ammodernamento di tante strutture (scuole, ospedali, eccetera) che hanno subito maggiormente il degrado di quest’ultimo decennio.

Proviamo ad approfondire un po’questi cinque punti.

1. La transizione verso un sistema energetico fondato sulle energie rinnovabili va perseguita con forza. Senza un passaggio completo alle rinnovabili la stessa affermazione dell’auto elettrica non risolverebbe granché, spostando solo l’inquinamento dai centri cittadini ai siti delle centrali termoelettriche. Spingendo principalmente sul solare e sull’eolico, in Italia ci sono le condizioni per arrivare nell’arco di un ventennio (massimo un trentennio) ad una produzione di elettricità ottenuta al 100% dalle fonti rinnovabili. Ma questo richiede due cose: investimenti centralizzati promossi dallo Stato ed una forte politica di incentivi rivolta alle famiglie ed alle aziende. Se la seconda mossa, finalizzata ad una forte ripartenza del solare residenziale ed aziendale, è solo una questione di risorse; la prima abbisogna di una decisione politica di primaria importanza, la rinazionalizzazione del sistema elettrico, in pratica una “nuova Enel” con una nuova mission: quella di guidare, appunto, la transizione energetica verso il traguardo delle emissioni zero. Oltre alla costruzione di impianti a fonte rinnovabile (con la contestuale progressiva dismissione delle centrali termiche ed il relativo risanamento che ne consegue), il piano degli investimenti statali dovrebbe poi prevedere adeguati finanziamenti alla ricerca. Quanti soldi servirebbero per perseguire l’obiettivo indicato? Ragionando a spanne (e senza annoiare con troppi calcoli) potrebbero bastare 8 miliardi all’anno per vent’anni, 4 di investimenti diretti, altri 4 per gli incentivi di cui si è detto, che potrebbero ragionevolmente attivarne altrettanti di investimenti privati.

2. Della sicurezza idrogeologica ci ricordiamo solo d’autunno. Eppure non si contano le frane ed i corsi d’acqua su cui intervenire. Posto che in questo campo una sicurezza assoluta non potrà mai esservi, l’obiettivo dovrebbe essere quello di limitare al massimo in primo luogo il rischio per le persone, ed in secondo luogo l’entità dei danni al verificarsi degli eventi calamitosi. Poiché nell’ormai lunga stagione dei tagli l’incuria ha preso il sopravvento dappertutto, il piano di interventi dovrà interessare un po’ tutto il territorio nazionale. Del resto l’88,3% dei Comuni è classificato a rischio idrogeologico. Decisivo dovrà dunque essere il ruolo degli enti locali, sia nel segnalare gli interventi necessari, sia nell’indicarne l’ordine di priorità. Allo Stato il compito di decidere, oltre a quello di finanziare le opere. Quali tempi e quali cifre si possono ipotizzare in questo campo? Lo Stato, in questi anni di amnesia da euro-tagli, non ha neppure realizzato uno studio attendibile su questo. Alcuni esperti parlano di un “venticinquennio da recuperare”, guarda caso il periodo che ci separa dal Trattato di Maastricht. Un “piano anti-dissesto” dell’associazione dei consorzi di bonifica (altro esempio di dispersione delle competenze!) indicava, due anni fa, in 8 miliardi la cifra necessaria alla realizzazione di 3.581 interventi per la sicurezza idraulica. Quel che sappiamo è che il costo medio dei disastri idrogeologici è stimato in 2,5 miliardi all’anno, ai quali si debbono aggiungere i disagi, i danni alle persone ed alle attività produttive, talvolta lo spopolamento delle aree più colpite. Perché allora non spendere 3 miliardi all’anno almeno per un quinquennio, comprendendo in questa cifra non solo gli interventi straordinari ma un livello più adeguato di manutenzione continua del territorio?

3. Un discorso analogo a quello del punto precedente va fatto per la prevenzione antisismica. Anche in questo caso se ne parla sempre a terremoto avvenuto. Ed ogni volta fioccano le promesse di una rapida ricostruzione e di voler voltare pagina nel campo della prevenzione. Purtroppo, se i terremotati dell’Appennino centrale sono lì a ricordarci come lo Stato dimentichi sempre in fretta i suoi impegni, sulla prevenzione ben poco si è fatto. E’ vero, sono stati introdotti degli incentivi (il cosiddetto “Sismabonus“) alle ristrutturazioni, ma per ora non funzionano granché. Sta di fatto che i costi delle ricostruzioni post-sisma nel periodo 1968-2014 sono stati calcolati in 121,6 miliardi. Ma in questo caso l’aspetto principale è quello delle migliaia di vittime, dei feriti, di comunità che non si ricostruiranno più, dello spopolamento delle aree colpite. Tutte conseguenze che potevano essere fortemente limitate con un patrimonio edilizio messo a norma antisismica. E per il futuro? E’ possibile una ristrutturazione di tutte le aree sismiche, partendo da quelle a rischio più elevato? In materia esistono le stime più disparate, ma quella della Protezione Civile per mettere in sicurezza gli edifici pubblici è di 50 miliardi. Quella del Consiglio nazionale degli ingegneri sulle case private è di circa 94 miliardi. Sommiamo queste due cifre ed arriviamo ad un totale di circa 144 miliardi. Naturalmente, non tutti questi soldi dovranno uscire dalle casse dello Stato, dato che per gli interventi sull’edilizia privata i contributi potranno coprire solo in parte i costi delle ristrutturazioni. L’ideale sarebbe un sistema di copertura a percentuale variabile, ad esempio da un minimo del 50 ad un massimo del 100% per le fasce più povere della popolazione. In questa maniera (con una copertura media del 75%) si arriverebbe ad una spesa per gli incentivi di circa 70 miliardi, che sommati agli altri 50 dà un totale di 120 miliardi. Immaginiamo di spalmare questi interventi nel lasso di un quindicennio, ed avremmo un investimento statale annuo di 8 miliardi. Non proprio un’esagerazione, specie se rapportata all’utilità sociale dell’operazione.

4. Lo stato pietoso della rete viaria nazionale è sempre più spesso al centro di dolorosi episodi di cronaca. Il crollo del ponte “Morandi” ha posto la questione all’attenzione dell’opinione pubblica, della politica e dei media. Il fatto è che – anche per il disastroso quanto lucroso sistema delle concessioni autostradali – il livello standard delle manutenzioni si è costantemente abbassato negli anni. Come per l’energia, la prima cosa da fare per affrontare lo sfascio attuale, è la nazionalizzazione del settore, fermando il percorso di privatizzazione delle Ferrovie e passando la gestione delle autostrade all’Anas. Per il 2019 il governo prevede un investimento aggiuntivo di un miliardo per la manutenzione straordinaria della rete viaria. Meglio che niente, ma decisamente poco. Basti pensare alla condizione comatosa delle strade affidate alle province, 155mila chilometri che si vorrebbero gestire con la miseria di 700 milioni all’anno, cioè 4.500 euro al chilometro. Un nulla i cui risultati si vedono giornalmente a vista d’occhio. Sempre procedendo con metodo inevitabilmente spannometrico, possiamo calcolare che la spesa aggiuntiva (tra investimenti veri e propri, manutenzioni straordinarie ed un diverso livello di quelle ordinarie) per far funzionare decentemente strade, autostrade e ferrovie del Paese, non potrà essere inferiore a 5 miliardi annui almeno per un decennio.

5. Quanto fin qui scritto è molto, ma non comprende tutto. Ci sono migliaia di scuole, ospedali ed altri edifici pubblici che abbisognano di importanti ammodernamenti, in diversi casi di rifacimenti ex-novo. Qui ogni cifra sarebbe comunque arbitraria, ma un incremento di questa voce di 3 miliardi all’anno per almeno cinque anni appare una ragionevole stima.

Conclusioni

A questo punto, qui ci fermiamo. La nostra è stata un’esercitazione per mostrare quel che servirebbe fare, ciò di cui c’è bisogno ed urgenza, evidenziando al tempo stesso come sarebbe possibile farlo con cifre non impossibili, del tutto alla portata delle risorse del Paese. Repetita iuvant: tutto ciò è da considerarsi realistico, però, solo a due condizioni: che vi sia un governo che pensi alla collettività e non ai “mercati”, che si arrivi finalmente all’uscita dalla dittatura del sistema dell’euro e dei suoi assurdi vincoli di bilancio.

La somma delle cifre ipotizzate, delle quali ognuno può valutare la congruenza, arriva a 27 miliardi annui. A qualcuno parrà poco, ad altri sicuramente troppo. Ritornando a quanto ricordato all’inizio, si recupererebbero in questo modo i 16 miliardi annui persi a causa dell’euro-austerity (tornando così ai livelli pre-crisi), incrementati di altri 11 miliardi destinati a compensare quel che non si è fatto per un decennio.

In verità ci interessava dimostrare pure un’altra cosa. Che per far ripartire gli investimenti, dunque una crescita in grado di offrire l’occupazione che manca, non c’è bisogno né di buche da svuotare e riempire, né di opere faraoniche quanto spesso inutili. Con questo ci siamo sicuramente aggiudicati il premio La Palisse 2018, ma a ciò siamo stati costretti dall’ossessiva propaganda del vergognoso “Partito del Pil“.